Nonostante il Natale, importato dall’Occidente ma reinterpretato fino a diventare una creatura unica e bizzarra (ci torniamo tra un attimo), il dicembre giapponese rimane un mese in cui la tradizione scorre potente, con un calendario fitto di festival ed eventi che affondano le radici in un passato incontaminato. È il mese in cui il folklore si prende la scena, tra rituali arcaici, processioni, lanterne e un tocco di follia sacra che sopravvive intatta nei secoli.
Si comincia con il Chichibu Yomatsuri (in alto a sinistra), il 2 e 3 dicembre nella prefettura di Saitama, uno dei festival invernali più spettacolari del Paese, con carri illuminati alti fino a sette metri, tamburi, danzatori e fuochi d’artificio che sfidano il gelo della notte. Pochi giorni dopo (12-14), a Tokyo, il tempio Sengaku-ji ospita il Gishisai (sopra al centro), il festival dei 47 ronin, in cui monaci e visitatori onorano la leggendaria vendetta dei samurai senza padrone con cerimonie, preghiere e rievocazioni in costume.
Nello stesso periodo (15-18), a Kyoto, il Kasuga Wakamiya Onmatsuri trasforma i templi in teatri a cielo aperto con danze di corte, maschere e costumi dell’epoca Heian, mentre il 22 del mese, il Toji no Hi – il giorno del solstizio d’inverno – segna il momento di purificarsi: si mangia zucca bollita e ci si immerge in un bagno profumato allo yuzu, agrume simile al limone che, secondo la tradizione, allontana la sfortuna e previene i malanni della stagione fredda.
Il giorno prima, nella prefettura di Ibaraki, l’Akutai Matsuri (a sinistra in basso) sovverte ogni etichetta: i partecipanti camminano tra i boschi gridando insulti per scacciare spiriti e liberarsi delle energie negative, un catartico sfogo collettivo in piena regola. Insomma, dalle montagne innevate ai quartieri storici di Kyoto, il Giappone più autentico resiste anche nel mese più consumista dell’anno – bisogna solo sapere dove e cosa cercare.
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