I fan di Riddick non chiedevano tanto a Vin Diesel. Soprattutto dopo un film (The Chronicles of Riddick) che tradiva tutte le aspettative lasciate da Pitch Black e snaturava in parte la natura stessa di un personaggio che, per funzionare, non aveva bisogno di molto: violenza, sguardo assassino, one-liner e creature mostruose contro cui misurarsi. Non gli chiedevano molto, e Diesel, che è una persona intelligente, lo sapeva; non è un caso che la promozione di questo terzo capitolo, intitolato semplicemente Riddick, sia stata incentrata tutta su un concetto semplicissimo: «Stiamo rifacendo Pitch Black». Scelta un po’ codarda, forse, ma in fondo è quel che volevano tutti; i fan, ma soprattutto Vin, felice di abbandonare i palazzi retrofuturistici di Chronicles per tornare nei panni del “buon (o forse cattivo) selvaggio” e immergersi di nuovo nella natura incontaminata e letale di un pianeta sconosciuto.

Riddick, in fin dei conti, è esattamente questo: tradito dai Necromonger e abbandonato su un mucchio di terra rossastra e popolata da mostri di ogni genere, Riddick deve trovare un modo per sopravvivere e, magari, andarsene. Un canovaccio semplicissimo su cui Diesel e David Twohy costruiscono una prima mezz’ora di film da mozzare il fiato: quasi completamente muta, alterna panoramiche di paesaggi alieni che sembrano uscite dalla mente di un illustratore di romanzi pulp a momenti in stile Castaway. In cui Riddick si dimostra una sorta di MacGyver spaziale: estrae il veleno dal pungiglione di una creatura e lo usa per autoimmunizzarsi, costruisce ripari per la notte e mezzi di locomozione, riesce persino ad addestrare uno dei cani alieni che lo minacciano e trasformarlo nel suo animale domestico. È una celebrazione del personaggio di Riddick, il modo migliore per introdurre quel che succede nel secondo, sorprendente atto del film.

Se in Pitch Black il riluttante Riddick si faceva accompagnare dall’equipaggio di una nave, in Riddick i suoi compagni di sventure sono due gruppi di mercenari atterrati sul pianeta per riscuotere la taglia su di lui. I presupposti sono quelli di un massacro, ma è come Twohy e Diesel decidono di raccontarlo che fa la differenza: per un’ora abbondante Riddick diventa invisibile, una minaccia più che un personaggio, e la sua storia viene raccontata dagli sguardi terrorizzati dei mercenari ogni volta che trovano un cadavere, dal rumore dei suoi passi nel buio, dai messaggi che lascia scritti con il sangue sulle pareti della base dove i killer nascondono le loro provviste. È survival horror in negativo, in cui è il protagonista a essere in totale controllo, con i villain alla sua mercé. È, anche, il modo migliore per introdurre il terzo atto, in cui il film cambia ancora volto e si assesta su coordinate più comodamente “pitchblackiane”, da monster movie con tutti i crismi.

Non tutto funziona come dovrebbe, e forse non serve neanche dirlo: il cast di supporto è composto da volti quasi completamente anonimi – fanno eccezione il Santana di Jordi Mollà e Dahl, interpretata da una Katee Sackhoff che proprio non riesce a scrollarsi di dosso Starbuck di Battlestar Galactica –, e tutti i momenti di stanca del film sono responsabilità loro e di un qualche scambio di battute inutile. Potremmo andare avanti a elencare i difetti di Riddick: un paio di sequenze di pessima CGI, una scelta narrativa discutibile (e che sembra uscita da un film Pixar), un finale che stravolge il senso di quanto visto nei primi due film e tre quarti. Un disastro? No, a conti fatti poca roba: lo sguardo saldamente rivolto verso il passato, verso quella sci-fi da rivista pulp che non ha pretese di insegnare nulla ma solo di divertire, rende Riddick esattamente il film che tutti si aspettavano.

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