Al quarto piano di un palazzo ricco ma tutto sommato anonimo di Roma vive la personalità più originale della commedia italiana: Paolo Villaggio. Escono in questi giorni, a quarant’anni dalla prima volta, i primi due film dedicati al ragionier Ugo Fantozzi diretti da Luciano Salce, due pezzi di storia del cinema che non solo sono patrimonio collettivo per tre generazioni di italiani, ma che hanno plasmato umori e linguaggi nel nostro paese per decenni. Villaggio, ormai da tempo in meritata pensione artistica, è autore fierissimo di libri e film che hanno creato il mito, e protagonista molto meno fiero di una lunga serie di pellicole arrivate in seguito, che hanno sfruttato fino a esaurimento scorte le idee del capostipite. Quando apre la porta per la nostra intervista è vestito con un’abbondante tunica bianca, l’abito comodo per antonomasia con il quale si presenta sempre in pubblico negli ultimi anni. Nonostante la sua proverbiale malinconia, è di ottimo umore. È chiaro che la riedizione di Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi lo rende felice perché, sebbene non abbia deciso lui quali dei molti film del ragioniere riportare in sala, non potrebbe essere più d’accordo sulla scelta: «C’è una grande differenza tra i primi due e tutti gli altri e si vede, perché gli altri sono stati fatti per avidità. Avidità dei produttori, ma soprattutto mia. È difficile sottrarsi quando ti offrono così tanti soldi, specie per un ex povero come me».

Best Movie: Cosa rende i primi due film migliori?
PV: «Il fatto che venissero dal successo dei libri che avevo scritto. Il regista, Luciano Salce, un uomo di rara intelligenza, è riuscito a portarli al cinema pari pari. La fortuna fu così grande da trascinare anche i film successivi… Però quando li rivedo oggi mi irritano tantissimo, vorrei rifarli o non averli mai accettati».

BM: Ad ogni modo oggi Fantozzi continua ad essere attuale, come mai?
PV: «Ho più successo da cinque o sei anni a questa parte, di quanto ne abbia mai avuto. Sai, sono film che parlano di un problema eterno: il timore di essere non competitivi. Quel che ha funzionato, a mio avviso, è la sensazione gradevole e confortante di non sentirsi più isolati. Vedendo Fantozzi pensi che quei difetti non sono così gravi, ma comportamenti tipici, un morbo italiano. Perché alla fine il 90% degli italiani non ce la fa, nella vita».

BM: Trova che negli anni la società si sia avvicinata a quella raccontata in Fantozzi?
PV: «In un certo senso. Alla fine gli italiani sono tutti abbastanza sudditi. Si lamentano molto ma non alzano mai la testa per protestare».

BM: Ci sono intere generazioni che amano i film di Fantozzi, che rapporto ha con i fan?
PV: «Sempre diverso. Negli anni è aumentato perché  la Tv ha continuato a passare i film, ma se prima mi davano pacche sulle spalle e mi dicevano: “Mi hai fatto ridere. Quel personaggio mi ricorda mio cugino o un mio vicino“, adesso invece mi dicono: “Grazie”. Specie gli uomini. Le donne non amano Fantozzi perché gli mette tristezza, vogliono storie d’amore, meglio se divertenti e allegre, oppure vogliono le disgrazie atroci».

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Foto: Archivio RCS

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