Sapevo che sarebbe arrivato questo momento: parlare di un film o una serie Tv tratti da uno degli autori più “saccheggiati” dal cinema… Stephen King. L’uomo che si arrabbiò molto con Kubrick per il suo Shining, ma che apprezzò, per fare qualche esempio, Il miglio verde e Misery non deve morire. Su Apple Tv+ nel momento in cui scrivo sto vedendo con piacere La storia di Lisey. Dico vedendo perché la serie viene pubblicata a puntate ogni venerdì, riportandoci a provare emozioni che il binge-watching ci ha fatto dimenticare: attesa, elaborazione, necessità di conservare nella memoria ciò che si è visto la settimana prima.

La regia è di Pablo Larraín, l’autore cileno del cinema sociale e politico di Tony Manero, Post Mortem e No, ma anche di ritratti che mescolano realtà a simboli (Neruda) e storie in cui l’emozione viene congelata dallo stile (Jackie). La storia di Lisey è uno dei romanzi di King meno amati dai seguaci di King. È forse uno dei suoi libri più personali, probabilmente il romanzo in cui più di ogni altro ha parlato di matrimonio. Nel 1999 Stephen King viene investito da un furgone, un incidente molto grave che porta al collasso di uno dei suoi due polmoni. Qualche anno dopo, una polmonite mette a serio rischio la sua vita. Una volta guarito, King inizia a pensare ossessivamente a un mondo senza di lui. Che cosa avrebbe fatto sua moglie Tabitha? Da qui nasce La storia di Lisey, che sembra autobiografia ma non lo è, come sanno fare i veri scrittori: prendere le proprie angosce e paure e trasfigurarle in un racconto universale.

Il romanzo è enigmatico, psicologico, e si muove tra passato e presente. Lisey, la moglie del celeberrimo Scott Landon, si ritrova a sistemare le carte del marito defunto e ripercorrere le tappe della loro vita insieme. La sorella di lei, Amanda, dalla psiche instabile, cade in uno stato catatonico, mentre un ammiratore del marito la perseguita in maniera ossessiva. Il tutto condito da eventi straordinari in cui il mondo fantastico e oscuro che il marito costruiva nelle sue trame si manifesta nella realtà sotto gli occhi della donna. Come capirete, non è materiale semplicissimo da portare sul piccolo schermo, tanto che King ha scelto di scrivere tutti gli episodi.

La sua scrittura risuona nei dialoghi, profondi ed evocativi e nel mettere al centro il potere creativo delle storie (tema molto kinghiano, che si ritrova in Misery ma anche nel bellissimo On Writing, il libro che ogni aspirante scrittore dovrebbe leggere). Pablo Larraín in questo materiale proteiforme mette in mostra il meglio di sé tra simboli e allegorie, dimostrandosi più debole quando la storia assume i connotati più horror.

Non è una serie semplice. Necessita di grande attenzione e dedizione da parte dello spettatore. Al momento, dopo due puntate, non mi sento in grado di offrire un giudizio, se non di ammirare la meraviglia di Julianne Moore e Clive Owen che interpretano i protagonisti. Ma ciò che nasce dall’incontro tra uno straordinario scrittore e un autore cinematografico è sempre un territorio piacevole in cui stare. Per riflettere, creare connessioni e riflessioni.

Farsi stravolgere dalle storie. Come vorrebbe Stephen King.

BIO Marta Perego

Marta Perego è giornalista, autrice e conduttrice Tv. come divulgatrice culturale, sul suo profilo Instagram intervista scrittori e parla di libri, film e serie Tv. È titolare del podcast Case di carta, come l’omonimo libro

 

 

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