Fausto Brizzi: «Giovane, per sempre»
telegram

Fausto Brizzi: «Giovane, per sempre»

Il 10 marzo esce nelle sale Forever Young, (auto)ironica fotografia degli “adulti” di oggi per i quali crescere è una condanna a morte sociale. Perché se l’Italia non è un paese per giovani, non è neanche un paese per vecchi. Abbiamo incontrato il regista per parlare del suo film, ma anche di supereroi e Star Wars

Fausto Brizzi: «Giovane, per sempre»

Il 10 marzo esce nelle sale Forever Young, (auto)ironica fotografia degli “adulti” di oggi per i quali crescere è una condanna a morte sociale. Perché se l’Italia non è un paese per giovani, non è neanche un paese per vecchi. Abbiamo incontrato il regista per parlare del suo film, ma anche di supereroi e Star Wars

La giovinezza porta con sé un’intrinseca dose di entusiasmo. Di leggerezza. Di spregiudicatezza. In questo senso Fausto Brizzi è un giovane: regista e sceneggiatore di commedie che vogliono orgogliosamente parlare al grande pubblico, in primis per un piacere di condivisione di sogni e nostalgie (Notte degli esami, su tutti), l’autore ha anche cercato, soprattutto negli ultimi anni, di investire il successo commerciale dei suoi film nella produzione di opere altrui. Con la sua Wildside ha così sostenuto progetti spesso coraggiosi come Hungry Hearts o la serie 1992, solo apparentemente estranei al suo immaginario. Dopo essersi divertito a raccontare con grande autoironia la sottomissione alla moglie vegana Claudia Zanella (anche lei attrice) in un libro pubblicato da Einaudi, ora Brizzi torna nei cinema con Forever Young. E qui immortala questi anni Duemila dove gli adulti sono ormai estinti, rimpiazzati da “finti giovani” di 40-50-60 anni che non vogliono stringersi il collo con la cravatta delle responsabilità. Abbiamo fatto due chiacchiere con Fausto al cinema Anteo di Milano, subito dopo l’anteprima del film, e lui, soddisfatto, ci ha parlato di questa commedia dal retrogusto amaro e della sua passione – da vero nerd, da vero forever young – per i cinecomic e per le magliette dei supereroi.

Così a caldo mi verrebbe da dirti che hai realizzato il tuo miglior film.
«In effetti me lo stanno dicendo in molti. E forse sono d’accordo. È un po’ “un super Notte prima degli esami”, una sorta di versione più matura: anche qui ci sono generazioni a confronto e una vena nostalgica degli anni ’80 che in qualche modo aleggia lungo la storia».

C’è anche una componente amara, esagerando potremmo parlare di commedia all’italiana.
«Be’ sì, l’intenzione era quella. Senza svelare nulla, il film non va a finire bene e i personaggi sono abbastanza irrecuperabili: negli anni ’60 questi “finti giovani” li avrebbero chiamati “mostri”».

Ma chi sono questi finti giovani?
«Guardandomi attorno mi sono reso conto che gli adulti, ormai, praticamente non esistono più: ci sono i giovani e i finti giovani, anche perché se sei giovane sei “in, mentre se sei vecchio sei “out”. Al massimo troviamo dei superstiti degli adulti di una volta, figura che nel film è rappresentata da Riccardo Rossi, lui è uno di quelli che la sera non escono per andare alle feste e si mangiano la minestrina».

Citando il titolo italiano del bel film di Noah Baumbach “giovani si diventa”?
«Giovani si resta. O almeno si prova a restare giovani. Però c’è un confine, il confine del ridicolo: oltre quello ti devi fermare e pacificarti con gli anni che passano. Ben venga un’energia straripante, ma bisognerebbe evitare di fare come il personaggio di Teo Teocoli che rischia la morte pur di sfogare il proprio senso agonistico nello sport per eludere un’anzianità ineluttabile. Detto questo, io mi ci vedo dentro pienamente a questa categoria. Conosco molto bene questo tema».

Ti senti quindi un forever young?
«Sì, assolutamente. E proprio per questo posso sfotterli a non finire, perché li sfotto da dentro. Con questo film prendo in giro soprattutto me stesso. Tant’è che quando ho cercato delle location, alla fine, ho girato nei miei spazi. Volevo case di finti giovani e le avevo intorno a me. La casa di Lillo è il mio studio: l’arredamento è praticamente rimasto intatto. Forever Young non è solo il film più amaro e contemporaneamente più comico che ho fatto, è anche il più mio. Il più sincero. Penso che si percepisca che non è un’opera su commissione».

Il titolo Forever Young richiama una canzone degli Alphaville.
«Per i ragazzi sarà semplicemente la traduzione inglese di “per sempre giovani”. Per i grandi è automaticamente la canzone degli Alphaville, che per il film è stata reinterpretata da Nina Zilli in una straordinaria cover. Il film è percorso solo da brani degli anni ’80 e brani contemporanei: è come se ci fosse una frattura, come se in mezzo non fosse successo nulla».

La musica ha un ruolo preminente.
«Assolutamente. I personaggi si annusano e si riconoscono (o non si riconoscono) attraverso la musica, e il vinile è un simbolo di appartenenza così come altri oggetti vintage. La battuta simbolica del film è nella scena in cui Bentivoglio confida a Lillo il perché si è innamorato di una coetanea: “pensa che quando dico Commodor 64 lei sa di cosa stiamo parlando!”».

A proposito di musica hai filmato anche dei concerti dal vivo.
«Sì, quello dei Santa Margaret. Ho ripreso l’evento live inserendovi dentro Fabrizio Bentivoglio e Pilar Fogliati, quindi io giravo dal vero e loro recitavano nella folla: a un certo punto abbiamo pure perso i contatti visto che c’erano 20.000 persone. Per fortuna avevamo dei dolly che li potevano seguire; Fabrizio si è divertito come un pazzo. Una bella sfida per un regista».

Un’altra bella sfida registica sarà stata la sequenza della maratona.
«Sì, anche la maratona è stata girata dal vero, con Teo Teocoli nel bel mezzo della fiumana di corridori, per di più contromano. Mi sono molto divertito a girare queste sequenze: c’era una vera sfida in atto, è stato un bel mix tra regia televisiva e cinematografica. Il regista televisivo ha l’adrenalina della diretta: è l’unica cosa che gli invio davvero, pensa al regista di San Remo, all’emozione che ha, non può permettersi di sbagliare. Quando al cinema giri dal vero, sei in diretta, devi fare la regia velocemente ed è molto stimolante».

Un’altra piccola ossessione che ti diverti a prendere in giro è quella salutista, di chi è drogato di sport e mangia solo vegano. Un aspetto che conosci bene…
«Eh sì, è un aspetto che conosco bene. “Ho sposato una vegana” non è solo il titolo del romanzo che ho scritto, è la mia realtà. È la mia reale condizione: in questo film Claudia (Zabella, ndr) interpreta una vegana, una salutista, insomma fa quasi se stessa in maniera autoironica. Anche suo padre, Teo Teocoli, è un super-salutista, e insieme combattono contro Stefano Fresi, che ha la metà degli anni di Teo e il doppio dei suoi chili…».

I personaggi cercano di ostentare la loro giovinezza anche attraverso l’abbigliamento, vedi le magliette di supereroi. Cosa che anche tu non disdegni, vero?
«Assolutamente. Va be’, stasera avevo l’intervista e mi sono messo un po’ più elegante (ride, ndr), però Luisa Ranieri nel film lo dice a Lillo: “ti vesti come un quindicenne”. Sì, è vero: ci vestiamo come dei quindicenni. Perché no?»

A proposito di supereroi: qual è il cinecomic che più attendi nei prossimi mesi?
«Il nuovo Captain America».

Non Batman V Superman?
«Certo che no. I super-eroi sono solo della Marvel: gli altri non esistono, per me non sono mai stati realizzati. Di Batman v Superman non me ne frega niente (ride, ndr), per di più lo avrò come concorrente nel mio terzo weekend di uscita. Quindi, ripeto: Captain America: Civil War. Già i due precedenti mi avevano stupito in positivo. Mi erano piaciuti anche più dei Thor e dei Vendicatori vari. Avevano beccato l’anima giusta: nel primo un tono vintage, nel secondo un clima da spy-story. E questo terzo sembra andare verso quella direzione, poi i fratelli Russo ne sanno».

Come per i tuoi film precedenti sei riuscito a mettere insieme un cast corale molto azzeccato, che va dai già citati Bentivolgio e Teocoli alla Ferilli, da Stefano Fresi a Lillo, da Luisa Ranieri a Claudia Zanella.
«Amo i cast corali. Il problema è incrociare le agende degli attori, dopodiché vederli insieme è fantastico».

Un film che hai visto recentemente al cinema e che ti è piaciuto particolarmente?
«Cito un mio collega: Perfetti sconosciuti di Paolo Genovesi. È un gran film, solido, proprio bello, secondo me il migliore di Paolo».

Il tuo prossimo progetto?
«Non posso dire nulla di preciso se non che quest’estate girerò un nuovo film. Ora sto scrivendo, tra una promozione e l’altra».

Su Best Movie di dicembre ci hai raccontato la tua prima volta con Star Wars. Cosa ci dici dell’ultimo episodio? Ti è piaciuto?
«Posso dirti che è il più bel film della stagione in corso. L’ho visto quattro volte, e ogni volta che Han Solo sale dentro il Millennium Falcon dicendo “Siamo a casa” mi emoziono. Chiaramente è un film furbo, che fa godere i vecchi fan perché ogni rimando alla saga originale è un tuffo al cuore: sostanzialmente è un remake di Guerre stellari con gli stessi attori invecchiati e la stessa storia (c’è una nuova Morte Nera e c’è di nuovo un figlio contro un padre). È lo stesso film, ok, ma io volevo rivedere quello stesso film. E questa è stata un’intuizione geniale: avrei contestato qualsiasi altra trama. Anzi, avrei perfino accettato che venisse resuscitato perfino Darth Vader pur di sentirlo respirare di nuovo».

L’intervista è anche pubblicata su Best Movie di marzo, in edicola dal 26 febbraio.

Foto: Getty Images

© RIPRODUZIONE RISERVATA