Venerdì scorso è stato presentato alla stampa il nuovo film di Federico Moccia, Universitari – Molto più che amici, che narra la storia di sei studenti delle università romane, alcuni fuori sede, che si ritrovano a convivere tutti insieme all’interno di una fantasiosa casa, Villa Gioconda, ma soprattutto racconta di come, grazie a questa amicizia, cambi loro la vita e gli affetti. La pellicola, che arriverà nelle nostre sale il 26 settembre, è interpretata da Primo Reggiani, Simone Riccioni, Brice Martinet, Sara Cardinaletti, Maria Chiara Centorami e Nadir Caselli.  

Il mondo dell’università e le sue relative scorribande, amicizie, esami da sostenere, amori che nascono e litigi fra coinquilini. Il precariato, l’assenza di speranze, i tradimenti, le visioni utopiche di giovani che provano a trovare un posto nel mondo e costruirsi una vita. Si può dire che il regista e sceneggiatore Moccia abbia avuto intenti narrativi; di come li abbia poi esplicati su pellicola, forse il giudizio può essere opinabile. Il voler raccontare molte più cose di quelle richieste, crea decisamente confusione, caricando eccessivamente una pellicola leggera di luoghi comuni e facili cliché. Alla conferenza stampa, svoltasi presso l’Hotel Visconti di Roma, era presente tutto il cast, il regista e il produttore rappresentante di Medusa, Gianni Letta.

Come nasce l’idea di questo film?
Federico Moccia
: «Mi divertiva raccontare un passaggio successivo di età rispetto a quello di cui mi ero occupato; è anche una riflessione su un libro omonimo che sto scrivendo. Sono personaggi che nascono da una ricerca dettagliata, sono diversi da quelli di Tre metri sopra il cielo e non assomigliano ai quarantenni di Scusa se ti chiamo amore e Scusa se ti voglio sposare. Non racconto una generazione, racconto una storia, che non appartiene alla Roma bene. Sono ragazzi che abitano in periferia, e di certo non sono agiati. Si può definire come una continuazione degli altri miei film, soffermandosi su uno step successivo a quello che accade dopo il primo grande amore, dopo il liceo e la maturità. Dai miei ricordi universitari la cosa più divertente era andare alle feste dei fuori sede, anche perché noi che studiavamo a Roma, ovviamente poi tornavamo a casa. La nostra città è cambiata, somiglia molto alle grandi metropoli che prima si vedevano solo all’estero. Siamo multiculturali, ho voluto approfondire uno di questi aspetti parlando di un ragazzo di un altro paese, Faraz, che però alla fine è anche un po’ romano, perché ormai gli stranieri non lo sono più. Quello che volevo arrivasse al pubblico e che mi piaceva rappresentare era tramutare la solitudine di questi sei ragazzi in un’isola felice costituita da una nuova famiglia creata dalla loro amicizia, accogliente e sicura».

Si può dire che il personaggio di Carlo, e la sua aspirazione a diventare un regista, rappresenti un po’ il tuo alterego?
FM
: «Nel personaggio di Carlo c’è qualcosa di mio, per esempio affisso nella sua camera c’è il poster del film Attila, che ha segnato il mio debutto come aiuto regista, ma di certo non ho avuto un padre che è scappato in Argentina con tanta superficialità per fare il ballerino, né una madre così casinista. Mi piaceva l’idea di raccontare questo ragazzo e la sua voglia di osservare le cose, lui lo fa in modo accurato e poi le racconta; alcuni dei suoi atteggiamenti sono da ragazzino, ma ha avuto una vita molto difficile».

Si dice che il mondo “generazione Moccia”, sia descritto da sorrisi e sogni, magari anche in maniera superficiale. Per esempio in Universitari – Molto più che amici manca lo spazio dedicato all’attualità e alle proteste che si creano all’interno dell’ambiente universitario. Ci sono state anche delle lamentele da parte di alcuni studenti quando avete ambientato il set a La Sapienza di Roma. Perché?
FM: «C’è stata una contestazione nei nostri confronti quando abbiamo girato all’università, non volevano farci lavorare. Personalmente mi è sembrata una presa di posizione del tutto fuori luogo. Penso che le contestazioni, le proteste, andrebbero mirate per raggiungere qualcosa di importante, per motivi più gravi. Quando ci sono ragioni valide è giusto che si crei un movimento studentesco. Le persone ancora si accaniscono contro i miei lucchetti, trovo che ci sia troppa voglia di apparire, eppure di cose per cui battersi ce ne sono tante: il lavoro, le università, la politica. Perdere tempo con chi sta facendo un film…»

 

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