Nel 2015 Citizenfour, il documentario di Laura Poitras, vince il premio Oscar. È girato quasi interamente in una stanza d’albergo di Hong Kong e ha un unico protagonista, Edward Snowden, un tecnico informatico di trent’anni in fuga dagli Stati Uniti. Snowden è un ex-dipendente della CIA e dell’NSA, agenzie per le quali si è occupato sostanzialmente di spionaggio online – ovvero di raccolta e organizzazione dei dati rubati dagli Stati Uniti al resto del mondo, e in particolare ai propri cittadini. C’è di tutto: dalle mail private, alle conversazioni in chat, dalle ricerche su Google, ai post sui social network, fino ai laptop utilizzati come circuito di sorveglianza live. Ad essere spiato è chiunque, ovunque.

A quale scopo? Ufficialmente per ragioni legate all’anti-terrorismo, ma – e questo è il nocciolo della riflessione di Snowden, la ragione per cui è scappato e “svuota il sacco” davanti alla Poitras – per arbitrari (cioè non regolamentati, né dichiarati) fini di controllo della popolazione americana e di influenza sugli equilibri geo-politici mondiali.
Citizenfour è inoltre la documentazione di una testimonianza già tradotta da due giornalisti, un americano e un inglese, in articoli che hanno obbligato la Casa Bianca a scendere a patti con l’opinione pubblica e a rivedere la propria routine spionistica – o per lo meno ad affermare di volerlo fare, che poi sia accaduto davvero è abbastanza improbabile.

Il film di Oliver Stone traduce la vita di Snowden in fiction partendo da quelle ore decisive a Hong Kong, retrocedendo alla formazione militare del personaggio e poi avanzando fino al presente, in cui Edward è tutt’ora un rifugiato politico in Russia. La tesi del regista è che l’inceppo nell’ingranaggio dello spionaggio di stato, l’elemento umano che ha fatto saltare il banco, risieda nel particolare profilo di Snowden, discendente di una famiglia di patrioti e obbligato a ripiegare su un lavoro “di scrivania” quando scopre che l’addestramento dei marines è insostenibile per il suo fisico gracile – le sue gambe crollano a causa di una serie di fratture da stress.

Snowden, almeno nella versione-Stone,
 è un conservatore convinto e inchiodato dalla propria coerenza, che rivede le proprie idee sul governo americano quando si rende conto della dimensione degli abusi perpetrati, focalizzandone i rischi in prospettiva. A quel punto è capace di mettere la propria straordinaria intelligenza al servizio di una disarticolazione del sistema.

Il film è lungo, documentato e sufficientemente preciso, magari un po’ ingolfato dalle questioni tecniche che tratta nella seconda parte, ma anche memore della sua missione filmica nelle parentesi thriller, come nel caso della fuga con le informazioni nascoste nel cubo di Rubik, o nella messa in scena della malattia di Snowden, che soffre di crisi epilettiche.
Il finale, con il protagonista reale che sostituisce l’ottimo Joseph Gordon-Levitt per poche inquadrature, eccede in retorica celebrativa, ma il dibattito che il film cerca di tenere vivo (quanti di voi conoscevano Snowden e ciò che aveva rivelato, prima d’ora?) è troppo importante per soffermarsi seriamente sul narcisismo delle personalità coinvolte.

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