Die My Love: l’amore è una sporca bugia. La recensione del film di Lynne Ramsey
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Die My Love: l’amore è una sporca bugia. La recensione del film di Lynne Ramsey

La regista scozzese firma un incendiario e coraggioso film sulla salute mentale, interpretato dai divi statunitensi Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, che non si risparmiano minimamente e si cimentano con un vertiginoso tour de force attoriale. Nella sezione Best Of della Festa del Cinema di Roma 2025 dopo il passaggio in Concorso a Cannes e in sala dal 27 novembre distribuito da MUBI

Die My Love: l’amore è una sporca bugia. La recensione del film di Lynne Ramsey

La regista scozzese firma un incendiario e coraggioso film sulla salute mentale, interpretato dai divi statunitensi Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, che non si risparmiano minimamente e si cimentano con un vertiginoso tour de force attoriale. Nella sezione Best Of della Festa del Cinema di Roma 2025 dopo il passaggio in Concorso a Cannes e in sala dal 27 novembre distribuito da MUBI

Die My Love recensione

Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson), giovane coppia che ha da poco dato alla luce un bambino, vivono in una fatiscente e isolata casa di campagna in una remota zona del Montana, dove si trasferiscono da New York. Nella dimora, di proprietà dello zio di lui, morto suicida, i due vedono il loro rapporto sgretolarsi a causa dell’instabilità mentale di Grace, alle prese con una devastante depressione post-partum.

La regista britannica Lynne Ramsay, alfiere della rappresentazione di personaggi tormentati e ai margini, fiaccati da un’obnubilante sofferenza psicologica che li conduce spesso a una vera e propria marginalizzazione rispetto alle richieste della società, firma con Die My Love il suo film in assoluto più romantico, trascinante e incendiario, come testimonia il bellissimo, stilizzato e infuocato finale (sul quale è meglio tacere, per evitare di svelare troppo, ma limitandoci a evidenziare il suo senso della commozione, misto a una rinegoziazione costante della rappresentazione delle periferie abitate dai suoi drop out).

La cineasta di Ratcatcher, Morvern Callar, …e ora parliamo di Kevin, A Beautiful Day – You Were Never Really Here (ultima sua sortita nel concorso di Cannes) adatta per il grande schermo l’omonimo romanzo del 2012 di Ariana Harwicz (edito in Italia col titolo Ammazzati amore mio nell’ambito della cosiddetta “trilogia della passione”), e realizza un’opera che è uno spaventoso, ridicolo, posticcio e abissale trattato sulla malattia mentale, portato a termine attraverso un’overdose costante di simbolismi (il vento, il cavallo), eccessi parossistici, smembramenti costanti della mente e del corpo, come se fossimo in un madre! di Aronofsky declinato in chiave psichiatrica, epurato dalla componente biblica e innervato di puro caos materico di esistenze in frantumi.

Tutto questo minestrone, sedotto costantemente da un’idea di entropia post-punk e illuminato dalla furia iconoclasta dei grandi cineasti eretici dell’Occidente, da Fassbinder a John Cassavetes, sembra a tutti gli effetti una risposta contemporanea a Una moglie, il capolavoro in cui Gena Rowlands svettò, guadagnandosi una strameritata nomination all’Oscar, nei panni della fragilissima e indimenticabile Mabel. Jennifer Lawrence, che dà spesso del fucking faggot al compagno e arriva a fare sessioni di “pittura” in bagno alla Jackson Pollock, a suo modo e pur in una declinazione completamente diversa omaggia quella prova, sconfinando addirittura con l’elaborazione della schizofrenia e non risparmiando di mostrare allo spettatore nemmeno i fucili branditi nel sonno come armi di estrema, ultima autodifesa (da questo punto di vista, per rimanere alla carriera di Lawrence, la Tiffany Maxwell del film di David O. Russell Silver Linings Playbook era senz’altro un personaggio tanto più blando quanto più crowd pleaser, e non a caso le valse l’Oscar).

Grace e Jackson, dicevamo, sono una coppia disfunzionale: lei pare soffrire di un disturbo istrionico/borderline che la porta a praticarsi sovente l’autolesionismo, a cercare incontri frugali e randagi (spesso con neri aitanti), a sognare la fuga da quel marito perdigiorno, che pare spesso anestetizzato e narcotizzato e ha il volto di Robert Pattinson, attore sempre più bravo a giocare di rimessa, a fare da spalla silente ma incisiva in un malsano rapporto di co-dipendenza affettiva (a impreziosire il cast, in due ruoli di genitori che in quanto a turbe psichiche anche loro non si fanno mancare niente, i veterani Nick Nolte, probabilmente affetto da bipolarismo, e Sissy Spacek, i cui dialoghi nel film sono forse l’unica nota dolente, alla luce di una scrittura un po’ claudicante).

La scozzese Ramsay, anche co-autrice della sceneggiatura con Enda Walsh e Alice Birch (già autrice delle acclamate serie HBO Succession e Normal People), è interessata soprattutto ai tormenti di Grace, recalcitrante agli small talk e affetta anche da una certa dose di ansia sociale, antitetica alle posture generalmente più friendly di Jackson, e tratteggia un tormentato ritratto di coppia illuminandolo con furore registico flamboyant e riflettendo sulla maternità come imposizione sociale coatta, destinata a mandare spesso in frantumi la psicologia femminile, in uno schema sociale atavico e patriarcale in cui la donna è soverchiata di responsabilità. A gravare su Grace, oltretutto, c’è anche una fortissima depressione post-partum, tema attualissimo – non da oggi – che il film declina con sapienza e verosimiglianza, consapevole che avere un figlio sia una fucking monumental thing. Di fatto con la stessa accuratezza, per quanto sopra le righe, con cui mette a punto episodi riconducibili a marcati disturbi della personalità, col ronzio delle mosche a fare da spiffero costante a chissà quali voci nella testa, come un costante abbaiare di cani rabbiosi.

Die My Love, così icastico fin dal titolo, che dice già tutto, e prodotto da Martin Scorsese con la sua Sikelia, è un passo a due imbevuto di morte e autodistruzione, di amplessi e degradazioni dell’io, che viene portato fin quasi a gattonare carponi, simulando animalescamente il respiro della vita nella maniera più sboccata e impudica possibile, in cui tutto è rantolo di morte e latrato disperato. Ramsay, fedele al mantra Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, non si sottrae mai e poi mai, non arretra minimamente, bensì sgasa, accelera, infuria, non cede né presta il fianco di fronte a nessuna vergogna: il suo è un melodramma materico sregolato e funambolico, che gioca volpescamente con l’eccesso (“When we shine we shine together”, cantava Rihanna in Umbrella), arrivando a triturarlo sotto i colpi di un talento registico maiuscolo e innegabile (spaziale, peraltro, la colonna sonora, che include la dolce ballata, sintesi dell’esistenza di Grace e Jackson, della loro folie à deux, dal titolo: praticamente, una polaroid dei due protagonisti).

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