Detroit

Detroit, estate del 1967. Nella città del Michigan si scatenano dei violenti riot: guerriglie urbane di una violenza inaudita che si protraggono dal 23 al 27 luglio causando scontri, feriti e morti in numero impressionante. Tutto parte dall’irruzione della polizia in un bar privo di licenza, ma il bilancio finale è ben più grave e coinciderà con una delle scie di sangue più cruente dell’intera storia americana: 43 morti, 1.189 feriti, più di 7.200 arresti e più di 2.000 edifici distrutti.

Nella lotta tra te e il mondo, scegli il mondo: è questo il monito che lo scrittore americano Ta-Nehisi Coates, il più grande intellettuale americano contemporaneo sul tema dell’odio razziale statunitense e del corpo afroamericano, rivolge al figlio nella sua bellissima lettera fiume intitolata proprio Tra me e il mondo. E da questo conflitto tra il singolo e la collettività, tra la dignità calpestata dei neri e il senso di superiorità sociale e biologica che legittima la crudeltà, muove anche il nuovo film di Kathryn Bigelow. Una regista dallo sguardo possente e incandescente, che torna dietro la macchina da presa cinque anni dopo il devastante Zero Dark Thirty per raccontare una frattura mai sanata, impossibile da rimarginare.

Un film, quello su Bin Laden, che le era valso accuse piuttosto ridicole di nazionalismo, quando invece si trattava di un capolavoro cristallino che tramutava l’ossessione, tipicamente americana e dalle radici lontanissime, per la ricerca del cattivo di turno in una ferita aperta alla base dell’identità del paese, che arriva fino al Kim Jong-un di questo primo anno di presidenza Trump.

Qui la Bigelow, di nuovo affiancata dal fedele sceneggiatore Mark Boal, porta al cinema un evento epocale, la sommossa di Detroit, ma la quintessenza dell’operazione è la stessa: si guardano le radici storiche dell’odio razziale americano per rivolgere lo sguardo all’oggi, alla violenza sui neri da parte della polizia che, durante l’era Obama, è paradossalmente cresciuta a dismisura.

Il ponte costante tra ieri e oggi, accomunati da un eterno flusso di brutalità, è edificato dalla Bigelow attraverso una messa in scena che problematizza costantemente il concetto di pathos, facendo aderire fisicamente occhi e cuore, mente e viscere dello spettatore alle immagini mostrate, anche quando si tratta di vere e proprie sevizie come nella lunghissima scena dell’Algiers Motel, dove tre afroamericani furono uccisi e altri sette, più due donne bianche, pestati a sangue da dei poliziotti.

La vocazione febbrile della macchina da presa della regista non risparmia dettagli, anche lividi e mortali (si muore, però, sempre fuori campo), ma il punto di vista finale è sempre quello: cosa scegliere, tra me e il mondo? Tra la mia identità di nero sopraffatto dalla violenza e la salvezza che si può ottenere confondendosi, amaramente, nella massa del gretto consenso bianco, lontano dalle proprie origini di schiavo?

Anche la rappresentazione dei neri come massa indistinta, contro cui qualcuno si è scagliato (Richard Brody sul New Yorker) va piuttosto intesa in questa direzione, come atto di complessità da parte della regista: l’interno e l’esterno nel film sono due facce della stessa medaglia, gli assalti metropolitani contro i neri nella quinta città d’America e la violenza da essi subita in un torture porn consumato dentro un hotel esprimono solo due diverse, complementari visioni delle modalità attraverso cui il potere bianco ha esercitato il suo predominio nei secoli, confondendo pubblico e privato.

Detroit conferma appieno la potenza insostituibile e preziosa di una regista che da The Hurt Locker in poi ha raccontato il proprio paese con un vigore e una passione encomiabili. Tra le tante cose, anche un gran film di volti: quello di John Boyega, agente nero impietrito e incredulo, è anche il nostro, quello dell’aguzzino Will Poulter, che non a caso sarebbe dovuto diventare Pennywise nel nuovo It, quello dei nostri peggiori incubi.

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