C’è un film in questi giorni alla Festa del cinema di Roma che si intitola L’arma più forte, riferendosi a una definizione che Mussolini diede del cinema. Indebolita dalla moltiplicazione dei linguaggi sociali e dei loro strumenti, la settima arte riesce però ad essere ancora una macchina spettacolare e propagandistica straordinaria quando è alimentata contemporaneamente dal talento registico e da una sincera spinta ideologica. Possiamo usare l’aggettivo “gibsoniano” per restringere il campo e richiamare degli esempi, da Braveheart ad Apocalypto, fino alla Passione di Cristo.

Ecco perché The Birth of a Nation di Nate Parker è un lavoro che va maneggiato con cura. Racconta la storia di Nat Turner, uno schiavo-predicatore istruito alla lettura da una donna di idee progressiste nella Virginia brutale e razzista di inizio Ottocento, che diventa un’opportunità per i proprietari terrieri della sua contea. Viene infatti portato nelle piantagioni perché legga la Bibbia agli schiavi, e così facendo li renda più docili: “Non temono la frusta né la morte: temono soltanto il Vangelo”. Gli orrori a cui assiste alla fine lo trasformano: Nat diventa il condottiero di una rivolta che nel giro di 48 ore porta all’uccisione di almeno 60 membri delle famiglie schiaviste. Fino all’intervento dell’esercito.

Il tema è delicato perché in un certo senso Turner può essere considerato un fanatico religioso.

La battaglia che mette in atto, prima di tradursi in una mattanza, è a tutti gli effetti una battaglia teologica, riguarda la possibilità di un’interpretazione conflittuale della Bibbia, rispetto a quella pacifista e non violenta che i bianchi imponevano per convenienza, come strumento di controllo. Poi però la presa di coscienza e la messa in atto della rivolta passa per visioni che disegnano i contorni di un misticismo primitivo e sanguinario.

The Birth of a Nation racconta lo schiavismo sudista in termini ancora più espliciti di 12 anni schiavo, e almeno una sequenza è di una brutalità insostenibile. È chiaro che il dispositivo cinematografico è basato sulla dinamica causa-effetto, su un manicheismo funzionale. Non si può quindi in tutta onestà prendersi la responsabilità dell’opera, al di là della sua dirompenza linguistica: il resto grava sulle spalle del regista, degli interpreti e degli spettatori.

Se è vero che gli Stati Uniti continuano a vivere un equilibrio sociale instabile, e la violenza razziale resta un problema terribile, di sicuro questo film darà un contributo incendiario al dibattito.

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