Nanni Moretti alla Festa di Roma

Nanni Moretti si è raccontato al pubblico della Festa di Roma in un Incontro Ravvicinato difficile da dimenticare: una serata spiazzante e singolare, l’ennesima conferma della sua incapacità di lasciare indifferenti.

Culmine dell’evento è stata la confessione a cuore aperto sopraggiunta nel finale, quando il regista 64enne, attraverso la proiezione di 8 minuti del suo cortometraggio Autobiografia di un uomo mascherato (inedito e ancora in fase di montaggio), si è lasciato andare alla rivelazione pubblica di un nuovo tumore, diagnosticato a distanza di vent’anni dal primo a suo tempo raccontato nell’episodio Medici di Caro Diario. Nel corto vediamo Moretti, che ha commentato live le immagini dal palco, aggirarsi per il suo cinema romano, il Nuovo Sacher, con addosso il “copricapo” usato per la radioterapia, sul quale scorgiamo, alla fine del corto, una X rossa in corrispondenza della mascella.

L’incontro è stato scandito in capitoli dallo stesso Moretti, secondo una sua precisa regia in cui il direttore e padrone di casa Antonio Monda, per sua stessa ammissione, si è limitato a essere poco più di una comparsa discreta, attraverso pochi e isolati interventi. Moretti ha anche telefonato in diretta al Nuovo Sacher, chiedendo sul palco il numero di spettatori della proiezione in corso di Nico, 1988, e mostrato un suo ciak intero con protagonista un’intensissima Margherita Buy al telefono con Silvio Orlando sul set de Il Caimano. Con Moretti, fuori campo, a rimbeccarla in maniera feroce, dandole la battute dell’attore maschile e spingendola verso il pianto.

Poco o nulla lasciato al caso, dunque, come si conviene all’arcinoto perfezionismo di Nanni, alla sua tempra e al suo stile. Una serata, per chi c’era, da tatuare nella memoria: un viaggio nell’universo morettiano in cui è stato lui stesso a prendere per mano il pubblico e ad accompagnarlo nelle sue molteplici vite, fin dai ciak sbagliati e dagli urlacci sul set di Mia madre mostrati in apertura prima dell’inizio: spettatore, attore, produttore, giurato nei festival e i ruoli cui abbiamo già accennato, nonché i più importanti, di esercente e regista.

Moretti non si è risparmiato un momento, tra umorismo, aneddoti infiniti e soprattutto quel gesto con cui si è congedato, inaspettato e disarmante: i pugni alzati al cielo in segno di trionfo, come quando vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2001 per La stanza del figlio, che si piegano dolcemente mostrando i muscoli. Come a dire, con un candore fanciullesco e quasi bambino (lo stesso di tante sue gag surreali): ce l’ho fatta, sono ancora qua.

MORETTI SPETTATORE

Ho cominciato tardi a essere uno spettatore forte. Andavo al Farnese, al Nuovo Olimpia, al Mignon e poi la sera in piscina a nuotare e giocare a pallanuoto. Ho visto i film classici, i film francesi, polacchi (Skolimowski e Polanski per esempio), inglesi, italiani. Riuscivo a mettere insieme da spettatore i Taviani e Carmelo Bene all’età di vent’anni, registi molto diversi: una cosa non semplice, come poi ho fatto nel mio cortometraggio Come parli, frate?, una parodia de I promessi sposi. C’è la macchina da presa fissa tipica dei fratelli Taviani, con me nei panni di un Don Rodrigo buono che entra ed esce dall’inquadratura, e un po’ di Carmelo Bene nella scena della morte di Fra’ Cristoforo.

Ai quei tempi c’erano due partiti tra i miei amici, quello di Fellini e quello di Antonioni, e io facevo parte del primo. In Italia c’erano i primi film di Bertolucci, Bellocchio, Pasolini, Ferreri, Olmi. Ognuno secondo il proprio stile prefigurava un nuovo cinema e una nuova società, rifiutando il mondo che era stato lasciato in eredità. Come la Nouvelle Vague e il Free Cinema.

MORETTI ATTORE

Mi ricordo che nel Settembre del 1972, dopo la maturità, il mio amico Piero Veronese finite le vacanze mi chiese a che facoltà mi volessi iscrivere e io arrossendo dissi che non avrei fatto l’università e che volevo fare del cinema, sia da attore che da regista. In maniera confusa confidavo di fare entrambe le cose. Credo di aver dato la stessa sensazione di spaesamento ai registi per i quali mi proponevo di fare da assistente volontario: Peter Del Monte, i Taviani, Bellocchio. Percepivo che si chiedessero perché volevo fare entrambe le cose.

Quando mi preparo a interpretare qualcuno non lo faccio immedesimandomi o tappezzando la mia camera di chissà cosa, ma mi immedesimo nell’idea che ha il regista, in cosa vuole raccontare attraverso il mio personaggio: per interpretare il corrotto politico Botero de Il portaborse ci sarebbero stati tanti attori più bravi e giusti di me, ma Luchetti volle fare questa scelta per spiazzare il pubblico. Non mi piacciono gli attori che spariscono dietro i ruoli. Kieslowski mi aveva offerto un ruolo per La doppia vita di Veronica, io all’epoca dovetti rifiutare perché credevo di essere depresso, invece avevo solo un tumore. Mi è dispiaciuto tantissimo perché trovo Kieslowski un grandissimo.

MORETTI PRODUTTORE

30 anni fa esatti usciva il primo film che Angelo Barbagallo ed io producemmo. Ne facemmo due, uno dopo l’altro: Notte italiana di Mazzacurati e Domani accadrà di Daniele Luchetti. I registi che diventano produttori lo fanno per sadismo estremo nei confronti dei registi inferiori, come ha fatto Coppola con Wenders durante la lavorazione di Hammett, che fu così lunga che intanto Wenders fece in tempo a girare Nel corso del tempo, vincere il Leone d’Oro a Venezia e poi tornare a finire quel film. Altre volte i registi diventano produttori per produrre dei sottogeneri della loro filmografia, per dire che non c’è ricambio generazionale. Io invece volevo lavorare con persone con cui stavo bene e restituire la fortuna che avevo avuto come regista, specie dopo il premio vinto a Berlino con La messa è finita. Mi piaceva produrre film di altri, non realizzare film alla Moretti, infatti i film che ho prodotto non hanno molto a che vedere coi miei. 

MORETTI GIURATO AI FESTIVAL

Le esperienze nelle giurie di festival per me sono sempre state molto piacevoli, non ho mai ricevuto nessuna pressione. Non eravamo stati per niente influenzati nemmeno dai giornali e da tutto ciò che c’era intorno a noi, compresa la reazione del pubblico in sala. Trovo sia un luogo comune sbagliato. Sono stato 2 volte a Venezia, la seconda come presidente di giuria, e 2 volte a Cannes nello stesso ruolo. A Cannes non ne potevano più di me il primo anno che andai. C’era in concorso Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami e nella riunione di giuria finale ero partito 9 contro 1, che ovviamente ero io. Alla fine finimmo addirittura 5 contro 5, pari merito con con il film di Shohei Imamura, L’anguilla.

(Moretti a questo punto dell’incontro mostra video amatoriale girato a quell’epoca nel 1997, in cui si vedono Mike Leigh che si abbandona in smoking distrutto davanti la tv, Tim Burton con dei calzini bianchi e neri a righe orizzontali che a un certo punto per la disperazione delle attese snervanti cui i tempi di Cannes costringevano i giurati si mette a fare la parodia di James Bond, Mira Sorvino che si aggira in pieno pomeriggio con l’abito della serata di gala e Gong Li che osserva perplessa e un po’ schifata la scena dalla finestra: frammenti di un backstage impagabile)

Tim Burton era sempre allegro, sempre a ridere. Quella domenica però ci disse a colazione di aver fatto degli incubi per la decisione che dovevamo prendere. Abbiamo discusso due ore, Mike Leigh era contro di me e voleva votare a tutti i costi, urlava: Democracy! Democracy!, mentre io dicevo: discutiamo, discutiamo, poi votiamo. Se cerchi l’unanimità quando sei in giuria premi il film medio, il terzo di due film che dividono che non scontenta nessuno. Dalle 9 alle 11 avevamo deciso solo la Palma d’Oro e entro mezzogiorno bisognava chiudere tutti i premi. A Cannes però, a differenza che in Italia, una legge elettorale c’é: nei primi due turni di votazione ci vuole la maggioranza assoluta per assegnare il premio, e Imamura aveva 5 voti, mentre Atom Egoyan 2 e Kiarostami uno solo. Al secondo turno idem. Dal terzo in poi basta solo la maggioranza relativa e lì arrivammo a 5 voti per uno e 5 per l’altro, così venne assegnata la Palma ad ex aequo. 

Tutte e due le volte in cui ho vinto un premio a Cannes non sapevo nulla, mi hanno chiamato una domenica mattina che ero già a Roma e sono rientrato al volo. Quando vinsi la Palma c’era un ritardo a causa del mancato arrivo di Laetitia Casta che aveva il film di chiusura in ballo, esco in un atrio e ad un certo punto si apre una porticina e ne viene fuori un signore con i capelli bianchi sparati verso l’alto che tira fuori una sigaretta: era David Lynch. Non credevo mi conoscesse, mica sono tutti come Martin Scorsese che sa tutto di tutti, dei film che abbiamo girato e di quelli che dobbiamo ancora girare, così gli passo accanto e lui mi dice: «Nanni un giorno o l’altro t’ammazzerò!», ma io non sapevo niente. Se ti dicono una cosa del genere i fratelli Coen, che quell’anno erano in giuria, scoppi a ridere, se te lo dice Lynch ti fa un certo effetto…

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