Mudbound, la recensione

Le leggi razziali emanate nel Sud degli Stati Uniti alla fine dell’800, che portano il nome di Jim Crow e furono in vigore fino alla metà degli anni ’60, sono uno spartiacque fondamentale per la storia americana. Non può che esserci un prima e un dopo, visti e considerati gli strascichi enormi di quei provvedimenti. Raccontarne gli effetti al cinema è materia incandescente ancora oggi, perché si tratta di un problematica culturale che non cessa di essere attuale e i cui effetti non smettono di palesarsi, nel tessuto culturale e urbano dell’America contemporanea.

Ci ha provato Mudbound (letteralmente, “legami di fango”), produzione originale Netflix vista in questi giorni alla Festa di Roma e passata all’ultimo Sundance Film Festival, dove ha raccolto un’accoglienza prevedibilmente trionfale dato il coefficiente retorico della storia, ben oltre il livello di guardia: una famiglia nera e una bianca, contrapposte eppure unificate da una terra, il Delta del Mississippi, che scandisce molti aspetti della loro vita quotidiana, lavoro compreso.

La rappresentazione di questa fondamentale porzione di America colma di contrasti, che investono la sfera economica e si portano dentro com’è ovvio gli effetti devastanti del conflitto mondiale, ricorre infatti a un pathos costante ed eccessivo, soprattutto nelle scelte visive e di regia: piuttosto che raccontare efficacemente l’intolleranza razziale, la regista Dee Rees, pupilla e allieva di Spike Lee, si lascia travolgere dalle intemperanze emotive dei personaggi e delle situazioni, sbanda, manca il bersaglio della ricostruzione storica.

Con queste premesse Mudbound non riesce quasi mai a schiodarsi dalla confezione da melodramma patinato, che passa in rassegna una moltitudine di temi senza approfondirne nessuno e limitandosi ad illustrarli. Siamo però a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale e questo senso di incerta ineluttabilità nel film è in qualche modo presente, data la passione convulsa con cui la regista si muove da un angolo all’altro della propria storia, quasi a riprodurre la disperata frenesia di quegli anni sofferti, tra Ku Klux Klan, tradimenti anche affettivi e una sporcizia che non investe solo i campi rurali, ma pare contaminare da vicino anche le persone ben più e ben prima delle cose.

Jamie McAllan (Garrett Hedlund) e Ronsel Jackson (Jason Mitchell), i due capofamiglia, sono efficaci e credibili come reduci di guerra, ma ci sono anche Henry (Jason Clarke) e la moglie Laura (una misurata, toccante Carey Mulligan) e altri personaggi (di sicuro troppi) a comporre questo affresco frastagliato e forse troppo ricco, in bilico tra rabbia e rivalsa, ma quasi sempre disinnescato da uno sguardo furbo e ammiccante, ineccepibile dal punto di vista formale ma sostanzialmente acerbo quando si tratta di puntare al cuore delle questioni, senza nascondersi dietro l’importanza dei temi. È il lato peggiore della scuola Sundance, bellezza. Solo che stavolta c’è di mezzo anche Netflix, le cui produzioni cinematografiche continuano a suscitare più di una perplessità.

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