È un Orlando Bloom inedito – almeno per chi associa il suo volto ai vari Signori degli Anelli e Pirati dei Caraibi – quello che incontriamo a Roma per la presentazione di Romans, presentato oggi alla Festa del Cinema, per la sezione Alice nella città. Inedito perché il suo ruolo nel film dei fratelli Shammasian è quello di un adulto che deve confrontarsi con gli orrori della sua infanzia: le violenze che ha subìto da parte di un prete, educatore e modello di vita di cui il ragazzo si fidava ciecamente, tornano in superficie, e costringono Malky (questo il nome del suo personaggio) a un doloroso ma fondamentale percorso di riconciliazione e perdono.

Un ruolo pesante, ancora più straziante quando si scopre che lo sceneggiatore di Romans, Geoff Thompson, ha usato lo script come veicolo per raccontare la sua personale esperienza di abuso. Una confessione in forma cinematografica, che ha colpito Bloom al punto da convincerlo ad accettare il ruolo «appena ho finito di leggere la prima pagina. La scrittura mi ha colpito da subito, non mi serviva altro: ogni tanto mi capita di prendere in mano uno script e capire al volo che accetterò la parte, e Romans è uno di questi casi fortunati».

Ti sei confrontato anche con Thompson dopo aver letto il copione?
«Sì, e la nostra conversazione è parte del motivo per cui ho accettato senza esitazione. Mi ha fatto capire subito che si trattava di una storia molto intima, e Geoff mi ha colpito molto anche a livello personale, mi ha catturato subito e mi ha convinto a mettermi alla prova, a sfidare me stesso con un personaggio difficile, certo, ma che mi ha regalato molto professionalmente e personalmente».

Quanto è complicato entrare in un personaggio simile, e quanto ti ha cambiato il ruolo?
«Be’, è stata molto dura ovviamente. Il viaggio del mio personaggio, il dolore che si porta dietro fin dall’infanzia è qualcosa che tutte le vittime di un abuso conoscono bene; non è facile ricominciare a vivere la propria vita dopo un’esperienza del genere, non senza il supporto giusto. Accettando il ruolo sapevo che avrei dovuto fare giustizia alla storia di Geoff, e fare del mio meglio per suscitare abbastanza empatia da rendere questa esperienza comprensibile anche a chi non l’ha vissuta in prima persona».

I predatori, ci dice Romans, si nascondono ovunque, anche in personaggi che dovrebbero fare da guida a un bambino e che invece si rivelano carnefici. Come si fa a mettere in guardia un bambino contro queste situazioni?
«È dieci anni che lavoro con l’UNICEF ed è un’esperienza magnifica e che mi ha insegnato molto. Innanzitutto l’importanza dell’educazione e della formazione personale, che aiuta a capire la profondità di questi abusi e l’impatto che possono avere sui più piccoli. Con la conoscenza arriva anche l’assunzione di responsabilità: i bambini sono bambini, sono creature minuscole, è difficilissimo parlare con loro di questi argomenti, e più giovani sono più è complicato. Mio figlio, per esempio, ha sei anni: in famiglia facciamo di tutto per comunicare con lui, farci raccontare la sua giornata, le sue esperienze… è il modo migliore per un genitore per cogliere determinati segnali, imparare a leggere tra le righe e capire se c’è qualcosa ce non va. E questo è responsabilità del genitore, non del bambino. Il film mostra molto esplicitamente quali sono i danni che un abuso del genere può fare a una psiche giovane, e l’unico modo per superare il trauma, o magari per prevenirlo, è parlare, confrontarsi. E poi è importante la compassione, il perdono: Geoff mi ha spiegato che molto spesso chi abusa di un minore è stato a sua volta abusato, un ciclo che magari va avanti per intere generazioni finché qualcuno non riesce a spezzarlo».

Tu ha mai avuto esperienze del genere? 
«Personalmente no, sono andato a scuola in un istituto molto prestigioso e non mi è mai capitato di subire violenze di questo tipo, né credo di aver mai conosciuto nessuno a cui sia successo. Oddio, forse sì, a ripensarci oggi, ma non sono argomenti dei quali è facile parlare, quindi preferisco non approfondire. In questo senso Geoff è una persona estremamente coraggiosa: mi ha colpito molto che abbia deciso di raccontare apertamente le sue esperienze in una sceneggiatura, e spero che Romans possa aiutare altre vittime a venire allo scoperto, o quantomeno a trovare nel film un porto sicuro, un posto che non lo faccia sentire solo. La solitudine è un elemento centrale di tutte le storie di abuso».

Vedi un legame tra queste storie di abusi e quello che sta succedendo a Hollywood in questi giorni (si parla ovviamente del caso Weinstein e dei suoi mille rivoli, ndr)?
«C’è un dato che mi ha colpito molto e che ho scoperto mentre giravo il film: una donna su due e un uomo su cinque hanno esperito abusi sessuali, sul lavoro e non solo. È ovvio che l’abuso di potere, che sia per ottenere favori sessuali o meno, è un atto orribile, e sono contento che la società abbia finalmente deciso che non è più disposta ad accettare questa situazione. Non parlo solo di tutte le donne che si sono fatte sentire in questi giorni: c’è un’intera generazione che sta alzando la voce, ed è qualcosa che sarebbe dovuto succedere molto tempo fa. Queste cose a Hollywood succedono da un po’, forse da sempre: personalmente non mi è mai successo nulla, ma viviamo una fase di grandi sconvolgimenti, molte persone rivelano finalmente la loro vera natura e la società sta reagendo di conseguenza».

Tu sei cattolico? Pensi che la chiesa cattolica abbia fatto abbastanza per contrastare la pedofilia?
«No, non sono cattolico e onestamente preferisco non commentare la posizione della chiesa cattolica. Se avessimo qui Geoff sono sicuro che sarebbe felice di intavolare questa discussione…».

Per una persona che ha subito una violenza del genere è più utile il perdono o la vendetta?
«Ovviamente il perdono. Con Geoff ho parlato molto della sua esperienza, e anche del fatto che dopo anni è riuscito a perdonare la persona che aveva abusato di lui. Mi ha detto che è solo quando è riuscito a perdonarlo che ha capito di essere libero di vivere la sua vita, di essere felice e libero. E la sua è una vita molto coraggiosa, visto che ha avuto la forza di scrivere questo film, per se stesso e per tutte le altre vittime di abuso».

La mattinata dedicata a Orlando Bloom ha poi preso una piega decisamente più leggera con la masterclass a lui dedicata, ospite speciale sul palco insieme a lui Maya Sansa, sua compagna di studi alla Guildhall School di Londra. Come tradizione di questi appuntamenti, l’incontro è stato dedicato a una panoramica sulla carriera di Bloom, dall’esordio nel biopic Wilde al suo secondo ruolo, quello che gli ha regalato fama imperitura, quello nel Signore degli Anelli. Accompagnata da clip tratte dai suoi film più famosi (nota a margine: rivederlo oggi nei panni di Legolas fa impressione soprattutto per un particolare, e cioè quanto erano girate bene le scene d’azione nel film di Peter Jackson se paragonate alla media dei blockbuster odierni), la masterclass è stata soprattutto l’occasione per godersi gli aneddoti e i ricordi di Bloom di quegli anni per lui incredibili, quelli che tra il 2001 e il 2003 l’hanno visto dominare il mondo prima con Il Signore degli Anelli e poi con I pirati dei Caraibi.

Di questa scena, Bloom racconta che «la maggior parte di quello che vedete non sono io, ma una controfigura digitale! No, forse così è ingeneroso: in realtà ci abbiamo messo una settimana a girarla, in un enorme studio di posa in Nuova Zelanda dove Peter (Jackson, ndr) aveva creato una sorta di percorso a ostacoli per me, per aiutarmi nei miei movimenti e coordinarmi con il reparto di computer grafica. Lavorare con Jackson è uno spettacolo, perché Peter è un bambinone: ha una visione molto forte e molto personale del libro e dei personaggi creati da Tolkien, una visione che, che nel caso di Legolas, era tra l’altro molto diversa dalla mia. Quello che si vede alla fine della scena, il mio sguardo quasi stupito di fronte a quello che ho appena fatto, è un’idea di Jackson: io avevo in mente il Legolas dei libri, freddo e distaccato, mentre Peter mi ha consigliato di aggiungere quel tocco umano alla fine della scena. Personalmente mi sono sentito un po’ a disagio a farlo, mi sembrava che non fosse una cosa “da Legolas”, ma il pubblico ha apprezzato, quindi alla fine aveva ragione Peter!».

Sul lavorare con Jackson e sulla fama improvvisa dovuta al film: «Ero ancora molto giovane quando abbiamo girato Il Signore degli Anelli, e molto appassionato: avevo moltissime idee per rendere Legolas più fedele al libro, al punto che ogni sera mandavo un fax (questo vi dà l’idea di quanto sono vecchio…) a Peter pieno di suggerimenti. E lui tutte le volte, con estrema pazienza, mi rispondeva “OK, ho capito, ne parliamo domani sul set, va bene?”. La fama è stata inaspettata, nessuno di noi aveva idea di come sarebbe andato il progetto quando abbiamo cominciato. Diventare una star è stato surreale: quando il film è uscito, in contemporanea in tutto il mondo, io ero in vacanza in India insieme ad alcuni amici e un paio degli hobbit del film; ci rilassavamo tutti i giorni sulla spiaggia senza pensare al film e ai risultati, ed è stato uno degli ultimi momenti di vero anonimato che mi sono potuto godere. A volte ne sento la mancanza, ma onestamente non cambierei nulla di quello che mi è successo da allora».

Su questa scena dei Pirati dei Caraibi: «Le riprese di questo film sono state incredibili, frenetiche, me le ricordo come un’unica grande macchia di colore – è una cosa bella, sia chiaro! Questa scena in particolare è stata un massacro: eravamo in studio, con la macchina della pioggia sparata a mille, questi costumi pesantissimi nei quali era impossibile muoversi… anche solo recitare i dialoghi era una fatica incredibile, ci sembrava davvero di stare combattendo contro gli elementi, era come se il set stesso ci fosse ostile: non è facile recitare in queste condizioni, ma il risultato finale è quello che avete appena visto ed è spettacolare. Ed è questo l’importante, no?».

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