A Prayer Before Dawn

Billy Moore, pugile tossicodipendente, fu rinchiuso in una prigione thailandese per un periodo di tre anni a causa della sua dipendenza dalle droghe. Billy è sopraffatto dalla violenza del carcere, dove viene sottoposto a ogni tipo di privazione e di oltraggio, tanto da mettere più volte a repentaglio l’integrità del proprio corpo e da vivere quotidianamente tra scontri feroci e sevizie. La pratica del Muay Thai, la boxe thailandese, si rivelerà l’unico strumento possibile per tentare di sopravvivere.

Come continuare a raccontare la violenza al cinema, dopo che tutto, sulla violenza e della violenza, è già stato mostrato? Cosa aggiungere, per non risultare ripetitivi e già visti, o peggio insistiti e stucchevoli? Il film A Prayer Before Dawn del francese Jean-Stéphane Sauvaire, assistente alla regia del controverso Gaspar Noé, ha questo proposito ha tantissimo da dire e, incredibilmente, anche qualcosa da mostrare che suona nuovo, urgente, spaventosamente potente e allo stesso tempo originale.

Anche se lo può ricordare fin dai primi minuti, infatti, A Prayer Before Dawn non è Hunger di Steve McQueen. Non c’è alcun controllo arty sulle immagini, né la minima traccia di un lavoro sull’estetica cerebrale, tutto di testa, da video-artista. Ci sono piuttosto dei corpi di (veri) prigionieri thailandesi, sporchi, ombrosi, crudi, tatuati fino ai denti e soprattutto spietati, contrapposti al pallore del protagonista, pronto a essere cannibalizzato come un agnello sacrificale. Esposti con un realismo dal sapore documentario, che però allo stesso tempo fa i conti con il cinema di genere, con le carne di ciò che è, da sempre, puro spettacolo cinematografico: film di pugilato, prison movie, ma soprattutto survival movie.

Perché A Prayer Before Dawn è anzitutto un grandissimo film sulla sopravvivenza, su quanto insensato possa essere dover convivere con i propri istinti più basici all’interno di un microcosmo cieco e bastardo che tutto distrugge e livella, fino a farti dimenticare di essere un essere umano, a non consentirti più nemmeno di pensare come tale.

Un prodotto agghiacciante e sconcertante, che ti inchioda al muro perché non si compiace mai della propria cura formale (elevatissima, però: il sonoro e la fotografia chiaroscurale sono da urlo), ma è interessato piuttosto a creare una dialettica tra l’orrore che ci ritroviamo a guardare come spettatori, stupro di gruppo compreso, e le sue motivazioni profonde.

Un film senza luce, in cui si rabbrividisce di pari passo alla parabola incredibile – ma è una storia vera – del protagonista, che col passare dei minuti somiglia sempre più a una danza tribale. L’originalità, tirando le somme, sta proprio in questa definizione, in quest’equilibrio di opposti: è un film coreografato con grande precisione, come fosse un prodotto d’autore con tanti piani-sequenza preparati insieme agli attori, eppure selvaggio e sregolato come il più liberatorio dei film di genere.

Il risultato finale ha addosso una naturalezza e un sapore di verità che non si trovano spesso in giro e merita al cento per cento l’esperienza della visione in sala, per cui tocca appuntarsi fin da ora il titolo nell’attesa che la Lucky Red lo distribuirà, coraggiosamente e con grande merito, nel corso del 2018, dopo il passaggio al Festival di Cannes e alla Festa di Roma. L’importante è andare al cinema preparati a un vero e proprio viaggio al termine della notte. Senza ritorno.

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