Margot Robbie in I, Tonya

Immaginatevi Andrè Agassi che prima di Wimbledon rompe una racchetta sulla testa di Sampras. Immaginatevi Cristiano Ronaldo che prima di una finale di Champions pianta i tacchetti sulle caviglie di Messi. La domanda è: cosa succede se sei il migliore al mondo a fare una cosa, ma sei nato e cresciuto nel posto sbagliato, dentro la famiglia sbagliata, e hai continuato a scegliere le persone sbagliate per il resto della tua vita?

Ecco a voi Tonya Harding, la seconda pattinatrice sul pianeta ad aver portato a termine con un successo un triplo axel in una competizione ufficiale, e la prima americana in assoluto.
Ecco a voi Tonya Harding, redneck (in italiano diremmo “burina” o, più gentilmente, “campagnola”) con un carattere impossibile, una madre aguzzina e un compagno violento, che ha scalato le graduatorie di uno sport aristocratico ed elitario, vedendosi passare davanti per tutta la carriera avversarie meno dotate ma che avevo un pedegree più presentabile.
Ecco a voi Tonya Harding, la ragazza con il fisico sbagliato, la ragazza con l’asma, campionessa americana, seconda ai Mondiali, quarta alle Olimpiadi.
Ecco a voi Tonya Harding, sposata giovanissima con Jeff Gillooly, che nel gennaio del 1994 pagò uno sbandato per rompere un ginocchio alla sua rivale Nancy Kerrigan, dopo aver rotto più volte il naso a lei.
Tonya Harding accusata, multata, radiata, amata e disprezzata, la seconda persona più famosa al mondo dopo Bill Clinton, “E questo dovrà pur valere qualcosa, no?”.

Ecco a voi Tonya Harding, pugilessa, cantante, protagonista di un biopic, interpretata addirittura da una bellezza mozzafiato come Margot Robbie, e non si capisce se sia un punto a tutta la faccenda o solo un altro capitolo.

A questo materiale lo sceneggiatore Steven Rogers e il regista Craig Gillespie (due mestieranti senza medaglie che hanno imbroccato il film della vita) rendono un servizio strepitoso, scegliendo l’unico registro possibile per una storia del genere: il grottesco. Il film trasferisce così allo spettatore uno spaesamento che precede il cinema, perché la vita della Harding è stata davvero una “farsa con abusi”, domestici e istituzionali. La tragedia di una donna ordinaria e straordinaria, a cui entrambe le cose sono state dette a sufficienza da inchiodarla al paradosso di sé, cioè a una sorta di schizofrenia.

Questo racconto, impreziosito da grandi prove d’attore (puntiamo sul serio sull’Oscar a Margot Robbie, che si candida a diventare la nuova Charlize Theron), è costruito come una raccolta di testimonianze televisive, e inizia con un cartello che informa gli spettatori che lo script è basato su una montagna di dichiarazioni e deposizioni variamente contraddittorie. C’è quindi in filigrana anche un discorso sulla frammentazione non ricomponibile della realtà e sulla commercializzazione esponenziale del dolore nell’epoca dei docu-drama, del biopic come pilastro dell’infotainment – i personaggi guardano spesso in macchina dicendo “questo non è mai successo” mentre si fanno del male.

Il film resta comunque schierato, è molto chiaro dove batte il cuore di chi l’ha scritto, recitato e montato, e sceglie per la Harding la strada dell’apologia, della compassione e perfino dell’ammirazione, provando a liberare la donna dal paradosso. Come sui titoli di coda, dove la vediamo – nelle riprese d’epoca – staccare dal ghiaccio quel primo triplo axel della storia americana, aprire le braccia e sorridere, per un attimo, riconciliata.

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