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Prospettive Italia, la nuova sezione del Festival di Roma dedicata al cinema italiano, si è aperta con un omaggio a Carlo Verdone, di cui vi parliamo qui. Per vedere il primo film di finzione abbiamo invece aspettare Susanna Nicchiarelli e il suo La scoperta dell’alba, secondo lungometraggio dopo Cosmonauta (2009).

Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Veltroni, il film, con protagonisti Margherita Buy, Sergio Rubini, Gabriele Spinelli e la stessa Nicchiarelli, racconta la storia di due sorelle, Caterina (Buy) e Barbara (Nicchiarelli), orfane di padre, ucciso dai brigatisti nel 1981. Stacco a oggi (la vicenda è ambientata nel 2011), quando Caterina è tornata nella vecchia casa al mare dopo averla messa in vendita: lì ritrova un vecchio telefono che, nonostante la linea staccata, sembra ancora funzionare. Quasi per gioco, compone il numero della casa in cui abitava trent’anni prima, e rimane sorpresa nello scoprire che qualcuno le risponde: è lei da bambina. Superata l’incredulità, Caterina decide di sfruttare quest’occasione per scoprire cosa successe quell’orribile giorno di trent’anni prima.

A seguito della proiezione, regista e cast hanno incontrato la stampa per parlare del film.

Come nel suo primo lungometraggio, Cosmonauta, lei preferisce parlare del presente attraverso il passato, soprattutto per raccontare la storia italiana. Ci spiega questa necessità?
Susanna Nicchiarelli: «Secondo me, una delle cose più affascinanti che può fare il cinema è quella di ricostruire le epoche che non ci sono più; dal punto di vista di una regista, mi affascinava l’idea di fare una cosa ambientata nel passato. In particolare, questa storia ha il pregio di avere una doppia ambientazione, così ho potuto mostrare gli stessi luoghi e gli stessi personaggi a distanza di trent’anni. La forza di questo tipo di cinema è quella di poter dare al pubblico degli spunti di riflessione sul passato».

Questo film è quasi un film di fantascienza, un film di genere…
S.N.: «Da tempo cercavo dei soggetti fantastici e fantascientifici. Quando Domenico Procacci (il produttore del film, ndr) mi ha raccontato la storia ho subito pensato che fosse una storia da film americano; non avevo ancora letto il libro e quindi non sapevo fosse italiano. Da tempo cercavo qualcosa che si avvicinasse ai film di Spielberg degli anni ’80 e alla seconda serie di Ai confini della realtà, dove c’era un episodio, simile a quello raccontato nel libro, in cui un giovane Bruce Willis telefona al se stesso di 10 minuti dopo. Quando ho letto la storia di Caterina che telefona alla se stessa bambina mi sono entusiasmata, e ho cominciato a lavorare sulla sceneggiatura per rendere mio il libro. Mi affascinava molto anche poter lavorare sull’inizio degli anni ’80, un’epoca di passaggio tra la fine degli anni di piombo e l’inizio di un’epoca di spensieratezza».

Com’è stato l’approccio nei confronti del film per gli attori? Come si ricostruisce un periodo storico sociale in cui avete vissuto?
Margherita Buy: «Ho molti ricordi di quei momenti, stavo a Roma che era una città molto diversa da oggi, mi ricordo i posti di blocco, la polizia; c’era una sensazione di grande paura per gli avvenimenti, ma non si capiva bene cosa stese succedendo. Quei fatti drammatici hanno sicuramente strutturato le nostre personalità e quello che siamo ora. Per creare il mio personaggio mi sono ricordata di alcuni di questi momenti, inoltre è stato molto emozionante parlare con una bambina, me stessa, che ha avuto un trauma così forte, questa è la cosa che mi ha più affascinato del personaggio».

Sergio Rubini: «Io ho fatto anche il primo film di Susanna ed ero rimasto molto colpito e soddisfatto dalla sua capacità di raccontare in modo molto personale. Quando ho saputo che stava facendo quest’altro film e che stava cercando attori ci sono rimasto molto male, perché pensavo che sarebbe stato naturale per lei richiamarmi (ride, ndr). Ho fatto questo film con molto piacere, ho trovato lo stesso clima, faccio un piccolo ruolo ma esserci è stato veramente piacevole, anche recitare di nuovo con Margherita. Per quanto riguarda l’idea del film, mi sembra che in questo Paese il revisionismo sia una pratica molto pericolosa e diffusa. Bisogna fare seriamente i conti con la nostra storia, non inventarsi che è andata in modo diverso. Il fatto che una donna giovane abbia deciso di fare un film partendo dalla ricostruzione mi sembra interessante, penso che i giovani possano raccontarci veramente come siano andate le cose in quegli anni».

Come mai Susanna Nicchiarelli ha deciso di recitare nel suo film?
S.N.: «Per divertirmi, e per rendere il film più mio. È stata una sofferenza e una grande fatica, la fase di montaggio è stata terribile perché non ti piaci mai, soprattutto fisicamente. Però mi ha divertito molto trovare una Margherita piccola e quindi una “me piccola”, questo mi ha permesso di mettere nel film ricordi miei, rendendomi ancora più partecipe».


Com’è cercare qualcuno che possa essere una “piccola te”?
S.N.: «Una cosa tremenda!! La Fandango era invasa da “piccole me”. Fa un certo effetto, devo dire però che Anita mi ha colpito molto anche perché ha un carattere simile al mio. In realtà con i bambini si cerca già un personaggio adatto: non gliene puoi costruire uno sopra, solo farli essere loro stessi, c’è quindi una ricerca sia dal punto di vista fisico sia caratteriale».

E per Margherita com’è stato?
M.B.: «La cosa strana è che io la mia “me da piccola” non la incontro mai, è solo una voce al telefono, che tra l’altro nemmeno sentivo. Per cui, è stato un lavoro di assoluta immaginazione, un dialogo con me stessa, è lì che si mette in gioco quello che sei tu. Io mi riferivo veramente a me da piccola, è stato emozionante perché, bypassando la vicenda, mi sono tornate in mente tantissime cose. Parlare con me da piccola è stata un’occasione».

 

Come ha reagito Walter Veltroni ai cambiamenti che apportati al libro?
S.N.: Dopo aver letto il libro ho scritto un soggetto dove avevo già fatto i cambiamenti che poi abbiamo mostrato a Veltroni, e lui ha apprezzato moltissimo. Il protagonista del libro era un uomo, un figlio unico, e io ho inserito le due sorelle, così da avere interazione tra due persone. Il libro si svolge essenzialmente al telefono, quindi non era molto cinematografica come struttura, perciò abbiamo creato una storia in modo da usarne i colpi di scena e i vari risvolti. Infine ho cambiato il background del protagonista, perché la sua vicenda era molto triste e malinconica, mentre per il film a me serviva un po’ di leggerezza, anche perché il cinema che ho preso come riferimento, quello degli anni ’80, ha sempre un controparte ironica e prendersi troppo sul serio in una storia di salti temporali sarebbe stato troppo rischioso».

Cosa ha messo di sé nel film?
S.N.: «Quando si realizza un film, si lavora molto sulle emozioni e sui ricordi. Io ho cercato di mettere la paura e il ricordo di quegli anni, la paura che succedesse qualcosa ai miei genitori. Il senso incombente pericolo di quegli anni lo ricordo bene, era una cosa che volevo assolutamente trasmettere e raccontare, il rapporto con la tv, i tg, i rumori continui degli elicotteri. Avevamo tutti paura».

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