L’apertura del 79° Festival di Cannes è stata immediatamente attraversata da un tema destinato probabilmente a dominare gran parte della manifestazione: il rapporto tra cinema, libertà d’espressione e politica. Durante la conferenza stampa inaugurale della giuria internazionale, il presidente di quest’anno, Park Chan-wook, ha preso una posizione molto netta sul tema, difendendo apertamente il valore politico dell’arte e respingendo l’idea che cinema e politica debbano necessariamente restare separati.
Il regista sudcoreano, autore di film come Oldboy, The Handmaiden e Decision to Leave, ha affrontato la questione rispondendo a una domanda sul rischio che le dichiarazioni politiche possano distogliere l’attenzione dalle opere in concorso. Una riflessione particolarmente delicata in un momento storico in cui i grandi festival internazionali sono sempre più spesso terreno di dibattito politico oltre che cinematografico.
«Non credo che politica e arte debbano essere divise – ha dichiarato Park davanti alla stampa internazionale -. Trovo strano pensare che siano in conflitto tra loro. Solo perché un’opera contiene una dichiarazione politica, non dovrebbe essere considerata nemica dell’arte. Allo stesso tempo, però, un film che non affronta temi politici non dovrebbe essere ignorato».
Il regista ha poi precisato come il problema non sia tanto la presenza di contenuti politici all’interno di un’opera, quanto il modo in cui questi vengono espressi. «Anche il messaggio politico più brillante può facilmente trasformarsi in propaganda se non viene espresso con sufficiente sensibilità artistica», ha spiegato.
Nel corso della conferenza, Park Chan-wook ha anche parlato del proprio approccio nei confronti dei film in gara, sottolineando la volontà di affrontare la visione delle opere senza preconcetti: «Sono pronto a guardare i film con gli occhi puri di uno spettatore, senza pregiudizi o stereotipi, ma soltanto con l’entusiasmo di lasciarmi sorprendere», ha dichiarato.
Le sue parole arrivano a pochi mesi da un’edizione particolarmente turbolenta della Berlinale 2026, segnata da forti polemiche legate proprio alla gestione delle questioni politiche e del conflitto a Gaza. Durante il festival tedesco, il presidente di giuria Wim Wenders aveva sostenuto che i registi dovessero «restare fuori dalla politica», affermazione che aveva provocato immediate critiche online e acceso un ampio dibattito all’interno dell’industria cinematografica internazionale.
A Cannes, invece, il tono della discussione è apparso decisamente diverso. Diversi membri della giuria hanno infatti difeso apertamente il diritto degli artisti a esprimersi liberamente anche su temi politici e sociali.
Tra gli interventi più significativi della giornata c’è stato anche quello di Demi Moore, che ha parlato del pericolo dell’autocensura nel processo creativo. «Parte dell’arte riguarda l’espressione – ha spiegato l’attrice -. Se iniziamo a censurare noi stessi, allora spegniamo il nucleo stesso della creatività, ed è proprio lì che possiamo trovare verità e risposte».
Moore ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale nel cinema contemporaneo, definendola «una realtà ormai inevitabile». Secondo l’attrice, però, esistono aspetti dell’arte impossibili da replicare tecnologicamente. «Ci sono elementi bellissimi nell’utilizzarla – ha spiegato -. Ma non c’è nulla da temere davvero, perché ciò che nasce dall’anima e dallo spirito umano non potrà mai essere sostituito».
L’intervento più diretto della giornata è stato però quello dello sceneggiatore Paul Laverty, storico collaboratore di Ken Loach, che ha affrontato apertamente il tema della guerra a Gaza e criticato duramente parte dell’industria hollywoodiana per aver isolato artisti schieratisi pubblicamente sulla questione.
«Quando si vede così tanta violenza sistematica – il genocidio a Gaza e tutti questi terribili conflitti – l’idea di arrivare a un festival che celebra diversità, immaginazione, sensibilità, bellezza e ispirazione è qualcosa che mi colpisce profondamente», ha dichiarato Laverty.
Lo sceneggiatore ha poi espresso solidarietà ad artisti come Susan Sarandon e Javier Bardem, criticando apertamente chi avrebbe tentato di emarginarli per le loro posizioni politiche: «Il mio totale rispetto e la mia solidarietà vanno a loro. Sono il meglio di noi», ha affermato.
La giuria internazionale guidata da Park Chan-wook assegnerà la Palma d’Oro il prossimo 23 maggio, al termine di un’edizione che si preannuncia già particolarmente intensa anche fuori dallo schermo.
Foto: Andreas Rentz/Getty Images
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