Le recensioni, in poche righe, di tutti i film del concorso principale di Cannes 2021. Il titolo riportato è quello del paese d’origine, con cui il film viene presentato ufficialmente al festival e nei suoi programmi. Il voto tra parentesi è su una scala da 1 a 5, compresi i mezzi voti.

Annette di Leos Carax

Il lato oscuro di La La Land, e un’altra coppia di amanti maledetti per Carax. Che qui governa due grandi star (Adam Driver e Marion Cotillard) e la produzione più ricca della sua carriera, dimostrando lo stesso occhio formidabile per i generi del cinema e la fragilità dei loro immaginari, già dimostrato con Holy Motors. Ma pure l’incapacità (o il disinteresse) a connettere spettatore e personaggi, il senso di una storia e quello delle sue visioni. (**1/2)

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Tout s’est bien passé di François Ozon

Ozon sa da sempre trattare temi sensibili con una leggerezza e al contempo una civiltà, una limpidezza, che emozionano. In questo caso realizza una “commedia sull’eutanasia”, con personaggi forse un po’ caricaturali, ma capace di centrare il tema politico senza mai cadere nel patetismo, e regalando anzi imprevedibili sprazzi di pura comicità.
(***1/2)

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Ha’berech di Nadav Lapid

Nadav Lapid è un cineasta talentuoso e irrequieto come i suoi film, che non sono mai tempo sprecato anche quando, dentro la sua filmografia, sembrano minori. Ampia sufficienza, al “come” più che al “cosa”, anche se non tutto funziona in questa critica semi-autobiografica alle forme di censura operate dalle istituzioni culturali israeliane.
(**1/2)

Lingui di Mahamat-Saleh Haroun

Mahamat-Saleh Haroun è un regista del Ciad che risiede da anni in Francia e frequenta con regolarità Cannes. Questa è una storia di ordinaria violenza maschile in una società musulmana rigidamente patriarcale come quella del suo paese d’origine. Il film ha una confezione elementare, un po’ naif, ma verso la fine prende una piega femminista militante così spudorata, che acquista tutto sommato corpo e ragione d’essere. Si esce col sorriso. (*1/2)

Verdens Verste Menneske di Joaquin Trier

Da qualche anno Frémaux ha aumentato la quota di commedie (d’autore, certo, ma comunque commedie) in concorso, stavolta tocca a Joaquin Trier, con la storia in 12 capitoli di una giovane donna, dei suoi due amori, delle sua aspirazioni professionali e della sua precarietà esistenziale in generale. Si direbbe una delle sorprese del Festival, ha conquistato buona parte della stampa. In effetti è un film vitale, scritto con grande sensibilità e diretto benissimo. Il titolo internazionale recita “The Worst Person in the World”.
(***)

Leggi la recensione completa di Davide Stanzione

La Fracture di Catherine Corsini

Parigi, inverno 2018, giornata di scontri violenti tra gilet gialli e polizia. In un ospedale pubblico si incrociano le storie di un’infermiera, di una fumettista in crisi sentimentale e con un braccio rotto, e di un manifestante con una gamba spappolata. Commedia sentimentale e di costume, slancio politico alla Ken Loach, la follia di Valeria Bruni Tedeschi, perfino certe note da thriller, senza soluzione di continuità né incongruenze di tono. Formidabile.
(****)

Benedetta di Paul Verhoeven

Il Medioevo, un monastero a Pescia, la peste alle porte. E una suora con le stigmate che afferma di parlare con Gesù, ma poi si abbandona a una molto terrena relazione lesbica con una consorella. Si chiama Benedetta ma potrebbe chiamarsi anche L’amore e il sangue, come un altro film di Verhoeven. Che qui è boccaccesco, iconoclasta, dissacrante, pruriginoso come sempre, più di sempre. Purtroppo, al netto dei contenuti, la confezione pare quella di una fiction da prima serata di Rai Uno. E certe provocazioni, oggi (la statuetta della Vergine che diventa un dildo), suonano grottesche più che politiche.
(**)

Leggi il racconto del film di Davide Stanzione

Hytti nro. 6 di Juho Kuosmanen

hytti nro 6

Altra commedia romantica, ancora dal nord Europa. Il titolo significa “compartimento numero 6”, quello di un treno che attraversa l’inverno artico e su cui viaggiano una archeologa finlandese e un minatore russo. Luci pazzesche, il gelo assoluto che incombe dietro ai finestrini, fiumi di vodka e due personaggi formidabili, soli al mondo e misteriosamente complementari. Nel suo piccolo, un film perfetto.
(****1/2)

Flag Day di Sean Penn

Il ritorno di Sean Penn in concorso a Cannes cinque anni dopo la Caporetto di The Last Face, che venne accolto così male da indurre Frémaux a spostare le proiezioni per la stampa in avanti, e in particolare non prima della proiezione ufficiale per il pubblico. Da Lupo Solitario a Into the Wild, Penn è innamorato degli “uneasy rider”, degli emarginati per aspirazione e necessità, degli insofferenti agli schemi sociali. Stavolta la storia è quella di un padre affascinante e bugiardo, premuroso e truffatore, raccontato in flashback dalla figlia ormai grande. La scrittura è prevedibile e non si può dire Penn sia un regista raffinato (ricorda vagamente Tony Scott), ma il film ha certi momenti di pura grazia nei duetti tra i due protagonisti, padre e figlia anche nella vita – e si percepisce.
(**)

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