Five Day Shelter è l’opera prima di Ger Leonard, sceneggiatore e regista del premiato cortometraggio Petrol Country Blues, da cui ha avuto origine l’idea per Five Day Shelter.

Leonard firma anche la sceneggiatura di questo film, in concorso al Festival del Cinema di Roma, che vede protagonisti John Lynch, Kate Dickie, Ger Ryan, Michael Fitzgerald, Stella McCusker, Marcella Plunkett.

Siamo in Irlanda, i destini di alcune persone si incrociano nel corso di cinque giornate e, senza saperlo, finiscono per influenzare reciprocamente le proprie esistenze, a volte in modo positivo, più spesso in modo drammatico. I personaggi che incontriamo sono Jess (Emma Tuthill), la madre Jean (Kate Dickie), l’amato cane Mr. Bones, e il patrigno Stephen (John Lynch). La loro vicina Jackie (Ger Ryan) si riconcilia con i figli e si prende cura di una cucciolata di gattini. Alison (Marcella Plunkett), una giovane veterinaria che ha una storia complicata con Stephen, reclama la sua indipendenza e decide di tenersi il figlio. Nel frattempo Nick (Michael Fitzgerald), un tossicodipendente senzatetto, salva un cane nella speranza di poter dare nuovamente un significato alla propria vita.

Five day shelter è un film lento, in ogni suo dettaglio: movimenti di camera, sviluppo della storia, dialoghi che, più che lenti, risultano quasi assenti.

Il regista stesso esprime delle perplessità sulla sua opera: «Il film non è montato come avrei voluto, e la scena finale non l’ho girata io», aggiunge poi dettagli che ci fanno capire come lui stesso abbia portato avanti un lavoro “tormentato”,«All’inizio avevo pensato a un film completamente senza dialoghi, tant’è che nella prima stesura non c’erano. Sono contrario ai dialoghi, volevo un film che potesse funzionare anche senza e parlare con le immagini. Ho rappresentato un modo di trovare la speranza nella disperazione, amo i film che trovano scintille di speranza in situazioni cupe, mi sollevano di più lo spirito».

Leonard cerca di raccontare le diverse anime dei protagonisti ma non sembra riuscire nel suo intento a causa delle troppe lacune che troviamo nella storia. Il background dei personaggi è tralasciato quasi completamente (perché sono arrivati a questo punto della loro vita? Ed ora cosa si aspettano che succeda?), tra tutti “le anime” raccontate forse la meglio riuscita è quella di Nick. L’impressione che si ha dal film è di un insieme di vite che si muovono nel vuoto verso un qualcosa che nemmeno loro conoscono, verso il nulla. Il contesto generale risulta poco approfondito e, a tratti, sembra che il regista lo lasci in secondo piano, così come a tratti i personaggi sembrano barcollare nella storia abbandonati a se stessi.

In questo film ci accorgiamo che ad essere perno della storia sono gli animali, ogni protagonista ne ha uno, o ne ha a che fare. Il mondo degli animali qui rappresentato riflette le esperienze dei personaggi ma anche la condizione umana. I cani, ad esempio, possono essere i migliori compagni per un uomo ma, nello stesso tempo, rappresentano, nel film, la metafora dell’indifferenza e della desolazione che subiscono molte persone.

«La prima volta che ho letto la sceneggiatura», racconta Ger Ryan alias Jackie, «mi sono chiesta cosa accadesse a tutti questi animali presenti. La nostra crudeltà verso di loro è messa decisamente in risalto nel film. Siamo circondati di animali ma spesso li ignoriamo, o peggio li sottoponiamo a chissà quale crudeltà. Di questo parla il film e di come spesso siamo crudeli fra di noi, o di come ci ignoriamo. Spero che all’uscita dalla sala le persone possano essere motivate ad essere più gentili fra loro».

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