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Un film riuscito a metà, sorretto da una storia affascinante che però collassa sul finale e da una regia ipertrofica che mischia fino all’eccesso stili e registri. Questo è, in poche parole, L’isola dell’angelo caduto, esordio alla regia cinematografica per il romanziere (e presentatore tv, e sceneggiatore, e criminologo) Carlo Lucarelli, presentato in concorso nella sezione Prospettive Italia del Festival di Roma. Chi ha già letto il romanzo da cui il film è tratto, pubblicato nel 1999 da Einaudi, sa già cosa aspettarsi: un thriller sullo sfondo storico dell’ascesa del fascismo in Italia (lo spunto è l’omicidio Matteotti e il conseguente discorso di Mussolini alla Camera), ambientato su «un’isola che non esiste» secondo Lucarelli. Protagonista è un giovane commissario di polizia (Giampaolo Morelli), appena trasferito sull’isola insieme alla moglie (Sara Sartini) e “accolto” dall’omicidio di un miliziano fascista, di stanza sull’isola insieme a uno squadrone di camerati per gestire una prigione per rifugiati politici. La morte della camicia nera mette il commissario di fronte a una scelta: accettare le giustificazioni degli altri camerati («È caduto nel dirupo perché era ubriaco») o indagare e scoprire la verità, in nome dello Stato?

«Il film, come anche il romanzo, è una grande metafora di molte cose, ma il fulcro di tutto è il tema del bivio: quello di fronte a cui si trovò l’Italia, che doveva decidere se ribellarsi all’ascesa del fascismo oppure accontentarsi dello status quo, e quello del mio commissario. L’Italia come Paese fa spesso scelte comode piuttosto che rivoluzionarie, e la storia del film parla proprio di questo». Lontano però da tentazioni storiografiche, L’isola dell’angelo caduto è un film surreale, delirante, che cita Mario Bava e Scorsese e inseriesce nella trama messe nere, riti dionisiaci, un vento che non smette mai di soffiare e persino il Diavolo in persona; una messa in scena «volutamente esagerata, sopra le righe, piena di immagini pittoriche o fumettistiche, che comincia in modo “normale” e pian piano diventa sempre più strano. Ecco perché non l’abbiamo girato su un’isola vera, nonostante io all’inizio avessi pensato a Ponza o Ventotene: la mia isola non esiste, ha un tempo tutto suo, è esagerata e delirante».

Fin troppo, viene da dire, visto che il film è punteggiato di sequenze oniriche e/o sperimentali piuttosto gratuite, non certo mal girate ma sicuramente mal accostate tra loro, al punto che a tratti si fa fatica a seguire davvero lo svolgersi della trama. Eppure, secondo Lucarelli, la scelta è voluta: «Questo è il film che volevo fare, spiazzante e onirico. Volevo che c’entrasse il diavolo, la violenza animale dei fascisti, ma soprattutto che si capisse che tutto accade su un’isola che ha regole proprie, e se qualcosa non torna o non è chiaro la colpa non è mia ma dell’isola stessa». L’impressione che abbiamo, viste queste parole di Lucarelli, è che il regista si sia fatto prendere la mano dalle infinite possibilità offerte dal cinema, in termini di colonna sonora, effetti speciali, montaggio. E forse che abbia puntato troppo in alto nel prendere i riferimenti: «La mia ispirazione massima, anche dal punto di vista tecnico, è stato Shutter Island: anche lui ha ricreato con gli effetti speciali un’isola che non esiste, per poterci fare quello che vuole e costruirla esattamente come ce l’aveva in testa. Ma non c’è solo Scorsese, tutto il film è una sintesi di diversi spunti e stimoli che ho raccolto, consciamente e inconsciamente: per esempio, il modello che ho usato per il commissario è il protagonista del film La villeggiatura di Marco Leto, interpretato da Adolfo Celi».

Di sicuro non è l’ambizione che manca a Lucarelli, che ha anche l’onestà intellettuale di rispondere a una domanda provocatoria («A me il film è parso brutto, lei è sicuro che il risultato finale sia quello che voleva?») con aplomb e umiltà: «Come regista io non sono nessuno, mi sono fatto aiutare da tutta la troupe e il film è il risultato di un lavoro di squadra. Ma l’idea di fondo di fare un film sopra le righe, un pastiche di influenze, è mia: magari è stato un errore, ma è stato un errore consapevole».

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