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Secondo film a sorpresa della settima edizione del Festival di Roma, secondo film di produzione cinese, seppur scritto e diretto da un maestro di Hong Kong come Johnnie To. Du zhan, Drug War, è un classico gangster movie a base di traffico di droga, che racconta una complicata operazione antispacciatori condotta da una squadra di poliziotti cinesi con l’aiuto di un infiltrato pentito. Scambi d’identità, piani a orologeria, tradimenti, ma soprattutto un finale mozzafiato, con una lunga sparatoria raccontata con la solita maestria da uno dei migliori (se non il migliore) regista del genere in Oriente. Niente di nuovo, forse, ma confezionato con estrema cura e senza alcuna sbavatura: sicuramente uno dei migliori film visti al Festival finora.

È lo stesso Johnnie To, in compagnia del cast e degli sceneggiatori, a presentare la pellicola in un incontro affollato di giornalisti da tutto il mondo (soprattutto cinesi, ovviamente) e cominciata in ritardo come tutte quelle che hanno avuto la sfortuna di seguire la conferenza stampa di un film italiano (in questo caso, Tutto parla di te di Alina Marrazzi). Sfortunatamente, il poco tempo a disposizione e la necessità di utilizzare la traduzione non istantanea ma consequenziale hanno un po’ tarpato le ali all’incontro, che per la maggior parte del tempo si è focalizzato sul tema del film (lo spaccio di droga) piuttosto che su discorsi prettamente cinematografici. Tutto molto interessante, ma speravamo di sentire di più: la cosa più interessante per un cinefilo di quelle che ha detto To è che «non ho idea di cosa sia il noir, non avendo mai studiato cinema, so solo che da piccolo guardavo tanti film e la maggior parte di questi ho scoperto essere dei noir solo quando sono diventato adulto».

Via di discorsi sociali, dunque: secondo To, «il problema della droga non è solo cinese e non ho voluto fare un film per accusare nessuno, anche in Europa e in America lo spaccio è un’attività onnipresente e pericolosa. Il motivo per cui ho deciso di girare Drug War in Cina e non altrove è che, per esempio, a Hong Kong gli spacciatori finiscono in galera, mentre in Cina vengono uccisi. Era questo che mi interessava: le differenze nel sistema penale, e anche parlare della vita che fanno i poliziotti che sono in prima fila nella lotta alla droga». Perché la scelta di girare nella Cina continentale non è solo legata all’ambientazione o alla storia: la Cina resta un Paese in cui la censura è forte e qualsiasi produzione, anche una firmata Johnnie To, rischia di venire mutilata o cancellata se il contenuto non piace al governo. E infatti «ho cercato di girare il film con il massimo realismo possibile, sia nelle scene in cui i protagonisti assumono droga sia durante le sparatorie: in questo modo, il governo ha riconosciuto un valore a questo film e ci ha permesso di farlo».

To si prende anche il tempo per scherzare un po’, particolare non da poco per un regista dall’atteggiamento solitamente molto serio e distaccato; secondo lui, infatti, il problema fondamentale del girare in Cina non è la censura, ma «le pistole finte. Quelle di Hong Kong sono splendide, quelle cinesi sono pessime, infatti ho dovuto girare cercando di mascherare questo problema!». E alla domanda finale, «perché ha girato questo film?», Johnnie To risponde con una battuta tagliente: «Ogni anno muoiono migliaia di poliziotti in prima fila contro lo spaccio di droga. Volevo dimostrare al mondo che gli spacciatori sono persone senza coscienza e senz’anima».  Come dire, la leggerezza non è di casa…

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