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È uno degli appuntamenti più attesi a Roma, ormai da anni; e se l’anno scorso era stato Michael Mann a incantare il pubblico con una masterclass che ripercorreva la sua intera carriera, quest’anno il protagonista è Walter Hill, a Roma con il suo Bullet to the Head.

La formula rimane quella degli anni passati: proiezione delle scene più belle tratte dai film più importanti del regista, seguite da commenti sulla scena stessa, sul film e sul cinema in generale. La convenzionalità non è però la benvenuta in casa Hill, e il risultato finale assomiglia più a una serie di monologhi su argomenti a piacere improvvisati dal regista, che spesso ascolta con attenzione la domanda che gli viene posta e poi risponde tutt’altro. E poi silenzi, frasi sussurrate, risate improvvise: Hill vive a un ritmo tutto suo, fatto di blues, deserto e inseguimenti in macchina, e non si può fare altro che riportare fedelmente quello che ha raccontato al pubblico in sala.

La masterclass si apre con la scena finale di I guerrieri della palude silenziosa

«Mi chiedono spesso come ho fatto a rimanere ancorato al cinema classico in trent’anni di carriera. Io rispondo semplicemente così: Hollywood è un posto molto diverso rispetto a quando ho cominciato, ed era meglio allora. Era comunque un bordello più che un’industria, ma ci si divertiva di più, e c’era la sensazione di essere in un circo, in un posto speciale. Non che i soldi non contassero, ma l’approccio era diverso, aveviti sentivi parte di qualcosa di diverso dal resto del mondo. Se fai troppa attenzione al business fallisci, e d’altra parta vale anche il contrario: pensare solo a fare arte è un suicidio. Il grande cinema americano è comunque cinema commerciale, forse è vero che è una forma d’arte (o di artigianato, come preferisco definirlo), ma è comuque commerciale. Oggi purtroppo il business ha sbilanciato il tutto e ha messo da parte le storie».

Si prosegue con altri due capolavori (anche se forse è ridondante dirlo visto di chi si parla), I cavalieri dalle lunghe ombre e Geronimo

«Perché il western come genere si è un po’ perso, mi chiedete? Non sono un sociologo, ma penso che si sia perso il senso della bellezza cerimoniale e totemica del western, quella purezza legata all’idea dell’America coloniale. La gente non è più in contatto con le proprie radici, con il proprio blues. Oltretutto negli anni se ne sono fatti un sacco di western, quindi le convenzioni del genere (il cappello, la pistola, il cavallo, gli indiani) sono diventati dei cliché. La stessa cosa è successa a tutte le forme cinematografiche tradizionali, che a un certo punto si consumano. Io ci provo ancora, ogni tanto, a fare un western, quando c’è una buona storia a disposizione».

Sempre riguardo al western e ai suoi tempi, diversi da quelli del cinema moderno, Hill dice: «Credo nell’economia di mezzi e tempi. Non mi piacciono i film lunghi, che spesso, come accade a molti film di oggi, diventano anche ripetitivi».

Si abbandona il West per spostarsi nella metropoli notturna tanto cara a Hill, con Strade di fuoco e I guerrieri della notte (di quest’ultimo viene proiettata la sequenza in metropolitana in cui i guerrieri incontrano quattro ragazzi eleganti) 

«Non vedevo queste scene da un sacco di tempo, so solo che le abbiamo girate in un’ora e mezza alle 3 di notte. Rivedendole ora devo dire che Deborah (l’attrice che interpreta Mercy), con la sua espressione, il suo modo di recitare, è ancora commovente per me. Ricordo che faceva di tutto per sembrare più carina, da cui quel gesto che si vede di ravviarsi i capelli, e abbiamo spesso litigato per questo. Ricordo anche che non volevo girare questa scena, pensavo fosse troppo ovvia e pensavo non ci fosse modo di farla se non in modo banale; alla fine avevo torto».

È il momento del blues, e non solo: prima con la scena del coniglio esplosivo di Ricercati: ufficialmente morti, poi con le ultime sequenze di Mississippi Adventure

«Lavoro con Ry Cooder (che ha composto la colonna sonora di Mississippi Adventure, ndr) dal tempo di I cavalieri dalle lunghe ombre. All’inizio ero convinto ma non entusiasta, poi lo studio mi disse che non lo volevano, e lì ho capito che dovevo averlo. È stata una collaborazione intima e splendida, spendevamo molto tempo insieme in post-produzione per le musiche, era come comporre un disco. Ry voleva essere diretto mentre scriveva musica, come fanno i grandi attori. È una persona misteriosa, non puoi mai conoscerlo del tutto. Si è ritirato negli ultimi anni della sua vita, suona solo nel tempo libero e per il resto scrive libri, non gli interessano più tanto i film. Comunque, è la persona con più talento che abbia mai conosciuto».

Gran finale con Danko e soprattutto Driver, che a rivederlo adesso è comunque più moderno di molti film moderni. Viene proiettata la scena in cui Ryan O’Neal dimostra ai suoi datori di lavoro il suo talento di guida, e Hill la commenta così:

«Non mi ricordo mica com’è nata questa scena! Sono anche stupito che quella Mercedes sia arancione. So solo che volevamo qualcuno che si spingesse oltre i suoi limiti, che potesse dimostrare qualcosa di speciale. Però quell’arancione… chissà cosa mi diceva il cervello».

L’incontro si chiude con una provocazione e uno scoop. Alla domanda «come mai è passato così tanto tempo dal suo ultimo film?» Hill risponde: «Chiedetelo al mio agente, è qui in sala, è lui che non mi chiama mai». E sui suoi progetti futuri arriva la sorpresa: «Il mio prossimo film sarà una reinvenzione di Che fine ha fatto Baby Jane di Robert Aldrich». Lo aspettiamo prima di subito.

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