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Si può amarlo o detestarlo – a noi per esempio il suo ultimo film, Marfa Girl, non è piaciuto molto –, ma Larry Clark, fotografo e regista super-indipendente che si è fatto un nome con film-scandalo come Kids o Ken Park, è sempre un personaggio quantomeno interessante. Lo incontriamo a Roma, dove Marfa Girl è stato presentato in concorso, per discutere del suo ultimo film e non solo: più che una conversazione, quella con lui è una lezione di cinema indie, un lungo monologo in cui il regista, quasi settantenne ma con l’energia e la rabbia di un adolescente, dice la sua su qualsiasi argomento gli passi per la testa, che sia la politica, il cinema hollywoodiano o Internet.

Ed è proprio da Internet che Clark comincia: Marfa Girl, infatti, non verrà distribuito nei cinema, ma «solo ed esclusivamente in streaming sul mio nuovo sito, www.larryclark.com, che è il canale attraverso il quale passeranno tutte le mie opere d’ora in avanti. Ormai tutti guardano i film sui loro portatili, ho visto gente che guardava Titanic sul telefonino, e questo per me è incredibile. Quando ero giovane io nessuno sapeva nulla di nulla, e se da bambino volevi sapere qualcosa in particolare non potevi: se facevi troppe domande ti beccavi uno schiaffo e dovevi stare zitto. Ora, grazie a Internet, c’è una quantità infinita di informazioni che circolano, e chi vuole può girare il suo film, il suo video, anche il più stupido del mondo: su YouTube ho visto delle cose che erano talmente sceme da diventare fantastiche».

Ovviamente, un regista “contro” come Clark non poteva non cogliere l’occasione per sputare tutto il suo odio su Hollywood, un’industria che l’ha sempre ignorato e che «le poche volte che voleva distribuire i miei film mi ha chiesto esplicitamente di tagliare delle parti, di cambiare il finale, insomma tutte quelle cose che mi fanno dire: “Fuck Hollywood”». Che potrebbe essere un buon riassunto della poetica di Clark, che con gli studios ha avuto problemi di ogni genere: «Dicono che ti pagano e poi non vedi i soldi, ti stringono la mano e non rispettano l’accordo, ti chiedono di prostituirti in ogni modo. L’altro giorno mi ha chiamato una mia ex, era 25 anni che non la sentivo; mi ha chiesto: “Che fai?” e io: “Non mi sono ancora venduto”. Lei mi ha risposto: “Be’, questa è una novità!”».

Clark, però, non vuole solo distruggere: Marfa Girl, oltre a raccontare la storia di un adolescente che vive “ai confini della realtà”, nel Texas più selvaggio, parla anche, soprattutto, della città di Marfa, Texas. Che sorge a ottanta chilometri dal confine con il Messico ma nonostante questo brulica di frontalieri che fanno di tutto per rendere la vita impossibile ai ragazzi locali («Odio la polizia, e in quei posti fanno ancora cose tipo picchiare gli adolescenti a scuola»), è una città povera e isolata ma attira un’enorme comunità di artisti da tutta l’America («C’è anche un museo dedicato all’arte di Marfa, è culturalmente attiva ma anche ferma agli anni Cinquanta, è un luogo di contraddizioni»), ed è soprattutto una città dove amore, sesso e violenza convivono in un calderone esplosivo. «Gli attori che ho usato nel film non sono professionisti, li ho presi tra la stessa Marfa e Austin, sono ragazzi normali con cui ho avuto lunghe chiacchierate sulla vita e sull’arte; per me i provini per un film sono come una seduta dallo psicanalista, è l’unico modo per fare cinema vero e vivo, non fuffa hollywoodiana». E il legame con gli attori è fondamentale per Clark, più ancora della storia («Non esiste copione, io faccio improvvisare»), tanto che Marfa Girl è solo il primo capitolo di una trilogia: «L’abbiamo girato nel giorno del sedicesimo compleanno del protagonista, ne faremo uno quando compirà diciassette anni e uno quando ne farà diciotto».

È quasi un’ossessione, quella di Clark per l’adolescenza, che gli ha anche comportato dei problemi non da poco – per esempio, la rottura del sodalizio artistico con Harmony Korine, che l’ha accusato di fare film solo per poter far spogliare dei minorenni. Ma per Clark il discorso è un altro: «Quello che succede quando abbiamo sedici anni forma quello che diventeremo da adulti, e per me che ho avuto un’infanzia complessa ritrarre gli adolescenti mi aiuta a spiegare perché sono diventato quello che sono, e mi dà un’idea di quel che diventeranno loro. A quell’età sei innocente, tutto è una scoperta, ed è questo che bisogna raccontare dell’America; a Hollywood non se ne accorgono, e il massimo che fanno è produrre merda come quel film con George Clooney, come si chiama? Paradiso amaro, mi pare». Per quel che riguarda il sesso, il regista svicola con eleganza: «C’è sesso innocente e sesso corrotto: quello tra adolescenti è sempre innocente, fa parte di quel percorso di scoperta di cui parlavo. Mentre tra adulti non c’è innocenza né incanto, ecco perché nei miei film gli adulti fanno sesso solo se ci sono stupri o violenze di mezzo». E alla domanda «non ha paura di turbare questi ragazzi così giovani facendogli girare certe scene» Clark risponde con innocenza: «Mi limito a prepararli a quello che li aspetta nella vita».

Non mancano, nel lungo monologo, accenni alla politica americana («Romney ha perso solo perché è mormone, altrimenti noi americani siamo talmente stupidi che l’avremmo votato in massa»), al cinema valido («Ombre di Cassavetes è il mio modello, mentre se devo dire nomi più recenti ho apprezzato Un gelido inverno») e persino ai suoi guilty pleasures («Credo che DiCaprio sia un attore eccezionale e ci sono rimasto male che non gli abbiano dato l’Oscar per J. Edgar»). Ma soprattutto, si torna spesso sul suo sito e sul suo nuovo modello distributivo, in cui Clark crede ciecamente: «Sono un pioniere, e anzi mi stupisce di essere il primo ad aver capito qual è il futuro. Tra qualche anno faranno tutti come faccio io, e io potrò dire di essere stato il primo a capire». E conclude, con il suo pesantissimo accento del Sud, con una frase che suona come uno slogan: «Visitate www.larryclark.com!».

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