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Ha la barba lunga Jude Law, quasi a ciuffi, quando si presenta  all’incontro con i giornalisti qui a Roma: se la porta dietro da Londra, dove sta girando – nel ruolo del protagonista – Dom Hemingway, storia di un criminale di mezza tacca che si fa dodici anni di galera per una rapina, piuttosto che denunciare i suoi compari.
L’attore inglese è nella capitale per presentare Le 5 leggende, fuori concorso al Festival martedì 13, in cui presta voce – ma anche movenze, e riconoscibile fisionomia – a Pitch Black, ovvero l’Uomo Nero, forgiatore di incubi, nemico giurato dei cinque guardiani: Babbo Natale, la fatina dei denti, il coniglio pasquale, Sandman (pagliaccio dorato che fa addormentare i bimbi) e Jack Frost (non sapete chi è? va benissimo, la storia si basa proprio sul fatto che non lo conosce nessuno e lui vuol diventare famoso come i “colleghi”). A questi ultimi, il cinereo villain vuol rubare la scena e i poteri, facendo ripiombare il mondo nel Medioevo e i bambini nel terrore.

Le è piaciuto fare il cattivo in un film d’animazione?
È stata una grossa responsabilita: se si guarda alla storia dell’animazione i cattivi hanno lasciato un’impronta su intere generazioni di bambini.

Come cambia il ruolo dell’attore quando si doppiano kolossal animati come questo?
Mi era chiaro il processo ma è stato comunque un compito vasto. Il mio contributo non è stato concentrato in pochi giorni, è durato mesi, anzi anni, con intervalli notevoli tra le varie fasi di sviluppo del personaggio. È stato perfino più impegnativo di un film normale.

Ha contribuito quindi al personaggio rispetto alla sceneggiatura iniziale, magari improvvisando?
È difficile pensarla in questi termini. Quando registri non è nemmeno chiaro ciò che finirà nel film. Non si lavora a contatto con gli altri attori, si lavora con il regista, e di ogni battuta si registrano molte versioni, ognuna con un’intonazione differente. Quindi era difficile capire cosa sarebbe finito nel film alla fine. Pensare a tutte quelle battute, ognuna in tante versioni, è come guardare il cielo stellato.

Nel film lei interpreta un portatore di Paura. Che ruolo ha la paura nella sua vita?
Quando lavoro è un’ottima motivazione. Oggi come oggi mi piace rischiare, prendere parti che non avevo mai accettato finora.

È l’unico fattore che la porta a scegliere i ruoli o ce ne sono altri?
Ho bisogno di un regista che mi stimoli. E devo dire che anche girare in una bella location ha il suo peso.

Anche in un altro film che sta per uscire in Italia, Anna Karenina, incarna un personaggio negativo.
Sono Karenin, il marito di Anna. È un uomo introverso, che si esprime a fatica. Ma non volevo dipingerlo solo come un marito insensibile. Nel film è più un uomo che “non vede” le cose, bloccato, una persona che non capisce come dovrebbe comportarsi. Credo sia più fedele al libro rispetto ad altre riduzioni, libro che a sua volta è fedele alla vita: ogni personaggio, come ogni uomo, contiene fallimenti e trionfi. Karenin ha momenti di buio e momenti di luce.

Credeva nell’Uomo Nero quand’era bambino?
Non ero molto pauroso in generale, ma avevo paura del buio. Correvo sempre per le scale perche temevo di avere qualcuno dietro. I miei figli sono assolutamente indomiti invece. Hanno visto il film, e gli piaciuto nonostante siano critici feroci.

Da piccolo quale era la sua favola preferita?
Mia madre mi aveva regalato un libro di fiabe. Era un libro pieno di immagini, con belle illustrazioni, che mi piaceva molto. Per esempio ricordo la ragazzina che accendeva un cerino e nel farlo si accendeva pure lei…

La morale del film è che bisogna trovare in sé la forza di sconfiggere la paura, attraverso l’immaginazione.
Esatto. Io mi guadagno da vivere recitando, ovvero contribuendo a creare mondi immaginari. Credo nella finzione quindi. Usare la fantasia per diventare adulti sani mi sembra un ottima cosa per i bambini.

Rispetto alla moda dilagante di film d’animazione trasversali, pensati per i più piccoli quanto per gli adulti, Le 5 leggende sembra più a misura di bambino.
Beh, credo piacerà anche agli adulti perché siamo tutti cresciuti con questi personaggi, almeno con alcuni di essi. D’altra parte, in letteratura, quando si scrive un libro è ben chiaro per chi si scrive: la letteratura per l’infanzia è una cosa a parte, e non c’è niente di male che accada anche con i film. Quando porto i bambini al cinema sono contento io se sono contenti loro, perché penso che li ho portati a vedere il film giusto.

Il film parla anche di competitività, di voglia di emergere. È una cosa che la stimola nel suo mestiere?
Ho imparato molto presto che se ti metti a gareggiare, in genere perdi. A 19 anni vivevo con Ewan McGregor e Johnny Lee Miller, due che hanno fatto carriere eccezionali. Tutti tre cercavamo di fare strada e a volte competevamo per la stessa parte: capitava che uno la prendesse, e quindi due no. Mi ha fatto capire che in questo mestiere se non ti prendono non sempre è questione di “bravura”, forse hanno bisogno di un tipo diverso per quel ruolo. Le delusioni servono, essere troppo competitivi invece è un danno. Quando invecchi, ad esempio, invecchiano anche i tuoi personaggi, e non è che puoi metterti a gareggiare per una parte con uno che ha vent’anni meno di te.

Quali sono attualmente i giovani attori di quella generazione che stima di più?
Ho lavorato con Aaron Johnson in Anna Karenina e mi piace molto, anche come persona, come atteggiamento. E poi direi Tom Hiddleston.

Farà ancora Amleto a teatro in futuro?
Ancora? No, basta, ho fatto 200 repliche! In teatro ho in programma un Enrico V il prossimo autunno, a partire da Londra. Ma Amleto basta.


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