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Mary Poppins virata al grottesco: se volete una descrizione breve di Mental, il nuovo film dell’australiano P.J. Hogan (Il matrimonio del mio migliore amico), eccola qui, in quattro parole. Un’eccezionale Toni Collette nella parte della babysitter improvvisata e fuori di testa, un altrettanto superbo Liev Schreiber, cinque sorelle deliziose e disfunzionali (segnatevi soprattutto il nome di Lily Sullivan) per una fiaba nerissima e dannatamente divertente, che fa riflettere sui legami familiari e soprattutto su cosa significa davvero essere normali. Si ride, e si ride moltissimo, tanto che l’applauso spontaneo della sala non scatta solo sui titoli di coda ma in un paio di altri momenti in mezzo al film: forse non ce l’aspettavamo neanche, ma a oggi Mental è forse la pellicola più apprezzata di tutto il Festival. Dopo la proiezione, P.J. Hogan ha raccontato il perché di questo film, e le sue risposte – o meglio, il travolgente monologo con il quale Hogan ha riempito la mezz’ora di conferenza – hanno gettato una luce nuova e decisamente più profonda sul suo nuovo lavoro.

Mental è prima di tutto la storia di una famiglia disfunzionale: «Pazzi», secondo i vicini, e ancora più pazzi quando, a seguito dell’esaurimento nervoso della madre, il padre piazza in casa una babysitter raccattata per caso dalla strada. Ebbene, la sorpresa vera è scoprire che la storia ha più di un’oncia di autobiografia. «La mia famiglia era l’esempio perfetto di disfunzionalità, ed è anche per quello mi sono spostato in America, per sfuggire a quella vita. Lavorare in America, però, significa che ti chiamano per fare le cose che sai fare, e finisce che vieni pagato per fare quello che non sai fare! Ecco perché ho capito che era il moomento giusto per tornare in patria e fare un film più personale». Qui, Hogan comincia a raccontarsi, e film e biografia si confondono.

«Quando avevo dodici anni mia mamma ha avuto un esaurimento nervoso, e mio padre, che era candidato sindaco della città, ci disse solo: “È in vacanza”. In realtà sapevamo che cosa le era successo, ma papà non volevo dirlo»: fino a qui, la storia del regista è identica a quella raccontata nel film. Non finisce qui: «Ci siamo trovati in cinque fratelli, con mio padre non sapeva nulla di come fare il padre e alla fine è letteralmente impazzito: ha raccattato un’autostoppista e ce l’ha portata in casa per fare la babysitter. Nel film si chiama Shaz, l’idea di fare un film su di lei è stata di Toni Collette. La vera Shaz è stato il mio primo esempio di vita, la prima persona a dirmi: “Meglio essere una pecora nera che una pecora”».

Hogan, insomma, ha un rapporto molto stretto con la malattia mentale: «Se ci ripenso adesso, Shaz era matta come un cavallo e stava in libertà, mentre mia madre era normale eppure stava in manicomio. Scrivere il film mi ha aiutato a mettere le cose in prospettiva: ora sono un padre anch’io, ho due figli autistici, un fratello bipolare e una sorella schizofrenica. Quindi la malattia mentale è un argomento che mi è molto vicino, e a cui tengo molto. Essere padre di due autistici non è come nei film, e nel momento in cui ti succede questa cosa vieni guardato male da quelli “normali”. Ecco perché volevo che Mental fosse una commedia, perché chi vive con qualcuno che ha problemi mentali (che siano autismo, depressione o ansia…) sa che serve trovare qualcosa di cui ridere per non impazzire». E come dicevamo, si ride davvero tanto nel film, anche con espedienti “bassi” ma sempre usati con gusto: «Il film è politicamente scorretto perché essere corretti è un modo educato per dire: “Meglio non parlare di questo argomento”, e io voglio invece che se ne parli. Anche perché, di fatto, cos’è la malattia mentale? Quando mia sorella non prende medicine, per esempio, sente le voci ed è convinta di essere la proprietaria della più importante linea aerea australiana; quando prende i farmaci, invece, è adorabile, molto intelligente e perfettamente normale». Hogan conclude con una speranza, che è poi quella che il film stesso esprime: «Per me sarà un gran giorno quando uno potrà andare a un colloquio di lavoro, dire: “Soffro di depressione” e ottenere comunque il posto».

Impossibile non condividere quest’idea; e impossibile non innamorarsi di Mental, candidato già da ora a essere uno dei film più amati del Festival.

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