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Autorefenziale, metacinematografico, sperimentale, assurdo, probabilmente inutile e assolutamente delizioso: si descrive così Suspension of Disbelief, nuovo film, presentato nella sezione Cinemaxxi del Festival di Roma, di Mike Figgis, autore di quel capolavoro che era Via da Las Vegas e che avevamo ultimamente un po’ perso di vista. È un thriller virato noir, ma è anche un film sul cinema e sul mestiere dello sceneggiatore in particolare, che si regge su slogan come “Il personaggio è la trama”, cita Lynch in un’inquadratura su cinque (per quanto Figgis dica che «Lynch non ha mica il copyright sulle tende rosse») e gioca con trucchetti visivi di ogni genere, dai filtri sgranati agli split screen a – in un apice di assurdità imperdibile – un’intera scena raccontata non con immagini, ma con un testo scritto nero su bianco: brano di sceneggiatura che la racconta.

È la storia di un omicidio, quello della giovane Angelique (Lotte Verbeek), che avviene durante una festa a casa dello Martin (Sebastian Koch, Le vite degli altri), e dei tentativi dello stesso autore di scoprire la verità con la collaborazione della sorella gemella di Angelique, Therese – in un delirio lynchano, Therese viene presentata su uno sfondo di tendaggi rossi e l’enorme scritta TWIN a campeggiare sopra la sua testa. È anche la storia della figlia di Martin, Sarah (Rebecca Night), attrice in un noir decostruzionista le cui vicende seguono, ma a volte anticipano o sostituiscono, quelle di Therese. È un pasticcio, da un certo punto di vista, ma teso, erotico, visivamente sublime e sorretto da una colonna sonora scritta (o selezionata, si vedano i Radiohead in apertura di pellicola) dal regista stesso. Non aggiunge né toglie nulla al cinema d’oggi, e qualcuno potrebbe trovare irritante la sua ombelicalità, ma per chi apprezza le opere formalmente inattaccabili sarà una gioia.

Dopo la proiezione, Figgis ha incontrato la stampa per parlare di Suspension of Disbelief e, più in generale, di cosa significa fare cinema. Il risultato è una chiacchierata interessante e, soprattutto, provocatoria, il risultato della quale vi presentiamo qui sotto in forma di “regolamento”: cosa fare e cosa non fare per girare un buon film, o quantomeno quello che secondo Figgis dev’essere un buon film.

1. Le regole dorate della narrativa cinematografica sono vecchie.
«Hanno funzionato per tanto tempo» ha detto Figgis «ma è ora di ripensarle e di rinegoziare il contratto tra autore e pubblico. Da qui mi è venuto il titolo del film». E da qui si passa alla regola 2.

2. La sospensione dell’incredulità è una bugia.
«Non c’è niente da sospendere, perché il cinema non gioca con la realtà ma con la fantasia, e quindi chi pensa di dover aiutare il pubblico a immergersi nel suo film sbaglia: è una cosa che dovrebbe venire naturale, che è connaturata all’idea stessa di film». Quindi…

3. Ogni film è un film di fantascienza, e ogni film è una commedia nera.
«E questa regola» ci mette in guardia Figgis «vale per qualsiasi film che valga la pena di vedere». Di conseguenza…

4. Il cinema non deve prendersi sul serio.
«Chi si prende troppo sul serio mentre fa un film sta solo dicendo stronzate (letterale!, ndr). La gente prima o poi si stuferà dei film che si prendono sul serio, perché alla lunga diventano noiosi». E quindi come mai Il cavaliere oscuro incassa miliardi di dollari? Perché…

5. Il cinema di oggi si regge tutto sulla distribuzione.
E su «una visione capitalistica dei film, per cui si spende tanto per la promozione quanto per il budget. Il mio scopo non è diventare ricco, ma fare film che la gente possa vedere. Bisogna cambiare la mentalità produttiva e distributiva. La gente va a vedere Batman in massa perché l’hanno convinta a suon di promozione».

6. Nel cinema conta più la musica che l’aspetto visivo.
O meglio, «la colonna sonora è caratteristica dei film, mentre ciò che si vede non è una sua esclusiva, viene dal teatro. Un film senza colonna sonora non è altro che uno spettacolo teatrale». Non per nulla, Figgis ha cominciato come musicista jazz e ha suonato con il Bryan Ferry pre-Roxy Music.

7. Le influenze non esistono.
Cioè, esistono ma sono talmente naturali e inevitabili, «in fondo chi non ha mai visto Fellini, Bergman, Godard, che sono parte di un discorso collettivo fatto da tutti i registi della storia del cinema più che una scelta esplicita. Da qui la risposta, ironica e sotto sotto un po’ piccata, su Lynch e sulle sue tende rosse.

8. Bisogna smetterla con l’ossessione degli ultimi dieci minuti.
«I film mainstream hanno la fissa degli ultimi dieci minuti, del finale perfetto. A me interessa più quello che viene prima». Il film, insomma.

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