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Il Paul Verhoeven che non ti aspetti: è quello che ha presentato al Festival di Roma il suo nuovo progetto, Steekspel, mediometraggio (cinquanta minuti circa) sperimentale nonché primo lavoro del regista olandese dal 2006, quando al cinema uscì il sottovalutatissimo Black Book. Sperimentale per un motivo molto semplice: il film è sì girato da Verhoeven, ma è scritto dal suo pubblico. Approfondendo: Verhoeven e la produzione hanno girato solo i primi tre minuti di film, li hanno messi online e hanno dato al pubblico la possibilità di proporre scene e idee per il prosieguo. Il risultato: «Circa 2.500 proposte diverse, e qualcuno aveva anche girato la sua personale versione e ci ha spedito il video. È stato orribile, da un certo punto di vista, perché provate voi a selezionare il materiale valido in mezzo a tutto quel casino!». Come si usa dire, Verhoeven non è uno che le manda a dire, e infatti «speravo di riuscire a recuperare almeno una o due sceneggiature complete e utilizzabili, in realtà ho dovuto fare un collage di singoli pezzettini validi e lo script che abbiamo usato è un Frankenstein di almeno cinquanta proposte diverse. È stato più difficile di quanto mi aspettassi».

Ma, in fin dei conti, di cosa parla Steekspel, “la giostra”? Per chi conosce l’opera di Verhoeven, la risposta potrebbe essere una sorpresa: il mediometraggio è la storia di Remco (Peter Brok), imprenditore infedele, e della sua famiglia allargata. C’è la moglie, fedele e apparentemente cieca alle scappatelle del marito, che arrivano a colpire persino Merel (Gaite Janssen), la migliore amica della figlia Ineke (Ricky Koole). C’è il figlio Tobias (Robert De Hoog), perversamente innamorato di Merel, per cui il massimo della passione consiste nel photoshoppare il volto dell’amata sui corpi nudi e prosperosi delle pornostar. E c’è un ecosistema che ruota intorno all’impresa di Remco, e che comprende anche una ex impiegata ed ex amante, Nadja (Sallie Harmsen), incinta di Remco e tornata dal Giappone per reclamare il suo angolo di Paradiso.

Torbido, perverso, erotico: così è Steekspel, che però mette da parte l’estetica arrugginita e sporca dei film di Verhoeven in favore di un look “da alta finanza”, fatto di immensi spazi vuoti punteggiati di mobili di design, di architettura moderna e di linde ville di periferia. Una novità per il regista, che «mi ha dato una grande libertà: non ho potuto costruire il film su nulla che avessi già fatto prima, e non avevo niente da perdere perché si trattava di un progetto altamente sperimentale. È stato ispirante». È curioso, addirittura, quanto poco di Verhoeven filtri in questi cinquanta minuti: un po’ di immancabile sesso, i “soliti” corpi usati e abusati e soprattutto una scena che include un colpo di forbice nella pancia di una donna incinta. «È forse l’unica cosa “verhoeveniana” di tutto il progetto, sembra che la gente non abbia scritto nulla pensando a me ma piuttosto a far progredire la storia. Piuttosto io ho visto influenze di una certa cultura sadomaso in versione light, come quella pubblicizzata da 50 sfumature di grigio».

Qualcuno chiede a Verhoeven come si passa da una laurea in matematica al fare il regista, al fare il regista di un film scritto dal pubblico: è il fascino dell’ignoto? «Heidegger diceva che bisogna inseguire l’ignoto, “go with the flow”, andare dove ti porta l’istinto. Ci sono progetti per i quali è sano avere un po’ di paura di sbagliare, è una fortissima spinta creativa. Certo non vale per film come Starship Troopers, dove non potevo sgarrare di un millimetro dallo script e dai tempi di lavorazione, ma per Steekspel… È quello che faceva Hitchcock, in fondo: stupire il pubblico e sé stessi, reinventarsi, sperimentare con cose nuove».

Arrivano anche le inevitabili domande sul remake di Total Recall e sul futuro remake di Robocop, e la risposta del regista è al solito ironica e sferzante: «Non abbiamo mai avuto recensioni così positive per Total Recall come quell che sono arrivate dopo che è uscito il remake. Magari sarà lo stesso anche per Robocop…». E, sempre per la serie “ci piace stupire”, qualcuno gli chiede se l’idea di inserire i Rammstein – gruppo metal tedesco dall’appeal molto cinematografico, visto che è stato usato per esempio da David Lynch nella colonna sonora di Strade perdute o nella scena iniziale di xXx di Rob Cohen – nella trama di Steekspel sia venuta dal pubblico. «No» risponde serafico Verhoeven. «È stata un’idea mia: un tempo ascoltavo Bryan Ferry (il leader dei Roxy Music nonché protagonista di una prolifica carriera solista, ndr), negli ultimi anni sono passato ai Rammstein. Ho sempre sognato di inserirli in un mio film, e ora ce l’ho fatta». 74 anni e il metal nell’iPod: speriamo che Verhoeven ritorni presto, magari con un film tutto suo, perché ne abbiamo molto bisogno.

Una nota a margine che dimostra l’attenzione di Verhoeven per i progetti innovativi: Steekspel non verrà distribuito all’estero. Verrà, piuttosto, venduto il format: la Cina ha già acquistato i diritti per un “crowd movie” su questo stile, e altri Paesi seguiranno.

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