Lorenzo Sportiello voleva fare la rockstar: «Ho fatto parte di varie band. Una aveva un nome fighissimo: i Milla Jovovich». Della rockstar ha il fisico longilineo, il ciuffo biondo, gli occhiali da sole strani (che non toglie mai) e i tatuaggi, che spuntano dovunque gli si apra la camicia. È molto più magro di come me lo immaginavo dalla foto profilo su Facebook. C’è sole, fa caldo e siamo seduti sotto un gazebo della Food Street, l’area gastronomica del Festival in cui si paga in dobloni (ne avevo parlato qui). Io mangio un’insalata di pollo e melograno, lui niente. Lorenzo ha diretto un film che si chiama Index Zero e che viene presentato a Roma nella sezione Prospettive Italia.

«Il produttore ci ha mollato quando stavamo iniziando la post-produzione. Alla fine mi sono occupato direttamente di una parte degli effetti digitali e delle musiche, per abbassare i costi. Tanti altri professionisti hanno lavorato gratis, appassionati dal progetto». Nonostante questo, il film è costato comunque quasi cinquecentomila euro, che non sono molti per un film di fantascienza, ma nemmeno così pochi, trattandosi di un’opera prima indipendente, ancora senza distribuzione.

Index Zero racconta di un futuro prossimo, post collasso economico, in cui il mondo è diviso tra una gran massa di reietti – che abitano uno sconfinato outback desertico e campano di acqua piovana e vermi – e la popolazione degli Stati Uniti di Europa, un complesso e organizzatissimo sistema sociale basato sull’indice di sostenibilità, che sostituisce anche la moneta. Ogni essere umano è caratterizzato da un valore di questo indice, e solo quelli che hanno un indice maggiore di zero (da cui il titolo del film) possono diventare cittadini. Agli altri tocca l’espulsione. «Ma tutto questo viene mostrato, un pezzettino alla volta, più che essere spiegato esplicitamente: non volevo fare un film didascalico».

Nel film un uomo e una donna tentano di attraversare clandestinamente il confine con la civiltà. Lei è incinta, lui disposto a tutto pur di far nascere il bambino in un contesto protetto. Ma vengono scoperti subito, divisi e rinchiusi, così che la storia diventa una storia di liberazione e fuga.
L’immaginario è quello devoluto di film come Mad Max o The Rover, e le creazioni digitali – di qualità indiscutibile – fanno capolino sempre e solo come dettaglio di un quadro più grande: «In una scena vediamo un drone passare sopra la testa dei protagonisti, in un’altra c’è uno skyline urbano ricreato in modo interamente al computer. E così via. Ma si tratta di cose che servono ad arricchire il contesto, non il centro del mondo che raccontiamo».

Fantascienza politica insomma, recitata in un inglese forse un po’ meccanico e fotografata desaturando l’immagine, due cose che conferiscono alla confezione una patina “asettica”, più videoludica che cinematografica. Un altro tentativo di sviluppare linguaggi alternativi e più internazionali per la nostra fiction, i cui esiti saranno valutati nei prossimi mesi.

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