Dimenticatevi della Jessica di Viaggi di nozze, della coatta di Grande grosso e Verdone. Claudia Gerini, che già negli ultimi anni da Castellitto (Non ti muovere) a Tornatore (La sconosciuta) ha cercato un’alternanza di ruoli, tra brillanti e drammatici, vuole dare una nuova rotta alla sua carriera. E punta tutto sul ruolo della manager milanese de Il mio domani, diretto da Marina Spada e passato in concorso al Festival di Roma, per il rilancio della sua immagine. Il film, ritratto intimista di una single milanese con pochissimi affetti, purtroppo non è stato ben accolto dalla critica. Di certo non è una pellicola facile e il tema non è dei più nuovi, ma bisogna riconoscere alla Spada l’umanità dello sguardo, una regia in cui risuonano echi di Antonioni, la capacità di raccontare storie ed emozioni vere e una cura del dettaglio e dell’inquadratura che ne fanno un’autrice molto interessante. La Gerini ha raccontato di aver riposto in lei completa fiducia. Ecco le dichiarazioni che l’attrice ha rilasciato durante la conferenza stampa.

Questo ruolo è molto diverso da quelli a cui ci ha abituati? Non la vedremo più in commedie brillanti?
Claudia Gerini: «Desideravo tantissimo questo cambiamento. Sono stata ferma due anni, dopo la nascita di mia figlia, aspettando che mi arrivasse un ruolo di questo genere, attraverso cui tirare fuori delle corde diverse dal solito. La mia Monica è una donna contemporanea, con i suoi dolori e le sue speranze che va verso il suo destino, che fa delle scelte forti. Quando Marina è venuta a casa mia a propormi il ruolo mi sono sentita premiata dal destino. Mi sono sentita molto fortunata».

Qual è l’aspetto che più le è paiciuto nell’interpretare questo ruolo?
CG: «Ho avuto modo di tirare fuori molte corde interpretative. E la libertà di muovermi come su un palcoscenico teatrale. I piani sequenza molto utilizzati da Marina ti danno un’enorme libertà. Non avevamo problemi di essere dentro o fuori inquadratura, come si dice in gergo».

Che tipo di donna ha ricreato sullo schermo?
CG: «Monica è una donna introversa, rigorosa, asciutta. Ho dato voce a una donna focalizzata tutta sul suo lavoro. Che parla pochissimo, che non vuole far trasparire le sue sofferenze che trapelano comunque».

Che differenza c’è tra lavorare con un regista uomo e una regista donna?
CG: «Non c’è differenza tra uomo e donna regista. C’è differenza di stili registici, di modalità di gestire gli attori, ma sotto il profilo del lavoro non ci sono diversità. C’è stata tuttavia un’intesa molto forte. Ho trovato un’amica in Marina, che non mi ha mai fatto sentire la superiorità del suo ruolo. Anzi mi ha coinvolta moltissimo nel processo creativo del personaggio. E’ stata uno stimolo molto forte.

Avete utilizzato un metodo di lavoro particolare?
CG
: «Abbiamo lavorato come un team affiatatissimo. Marina fa una ricerca accuratissima sul personaggio. Non mi era mai capitato che un regista mi chiedesse il mio parere sull’inquadrature. Le inquadrature per Marina sono importantissime: sono quasi delle finestre emotive su quello che sta accadendo. E poi le riempie quaderni interi con fotografie, dipinti, memorie, appunti e storyboard che aggiorna continuamente e che sono l’universo di riferimenti che poi travasa sullo schermo».

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