La storia di fantasia raccontata ne L’Alba del Pianeta delle Scimmie, quella di un piccolo scimpanzé cresciuto in una famiglia umana come fosse un bambino, ha un precedente reale. Stiamo parlando del “Progetto Nim”, un esperimento sul linguaggio inaugurato nel 1973, che si proponeva di scoprire quanto si sarebbe evoluta la capacità di comunicare di uno scimpanzé all’interno di un comune contesto domestico.

Quell’esperimento è diventato oggi oggetto di un film grazie a James Marsh, già premio Oscar per Man on Wire (la storia di un funambolo francese che nel 1974, in modo clandestino, tese un filo tra le torri gemelle e lo percorse avanti e indietro per quasi un’ora). Il suo documentario, Project Nim appunto, dopo essere stato premiato al Sundance in gennaio, è arrivato al Festival di Roma, e sarà distribuito in sala dalla Sacher di Moretti nei primi mesi del 2012. Racconta in modo commovente come con il passare dei mesi, e poi degli anni, le esigenze scientifiche entrarono sempre più in conflitto con i legami emotivi che si erano creati tra lo scimpanzè e le persone che lo avevano adottato.

Best Movie ha incontrato il regista James Marsh in un pomeriggio di fine ottobre straordinariamente caldo. Ecco il resoconto della nostra chiacchierata. In coda, trovate alcune immagini del film.

BEST MOVIE: Hai visto l’Alba del Pianeta delle Scimmie? Che ne pensi?
JAMES MARSH: Penso che quel film ci abbia aiutato molto, perché se ne è parlato parecchio sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, e tratta, almeno per metà, lo stesso tema di Project Nim. Immagino che gli autori conoscessero bene l’esperimento quando hanno pensato quella storia.

BM: Ma il film ti è piaciuto?
JM: Non è il mio genere, è il tipo di cosa che mi fa venire il mal di testa, ma preso nel suo contesto mi sembra sia un buon film.

BM: Hai affrontato nella tua carriera documentari e opere di finzione, cosa accomuna i tuoi film?
JM: A essere sincero non saprei. Diciamo che il mio obiettivo finale è fare prodotti cinematografici, quindi anche quando faccio documentari penso in termini di storie per il grande schermo. Allo stesso tempo quando faccio fiction uso la verosimiglianza dei documentari. È quasi un ribaltamento.

BM: Quanto influenza la scelta di un progetto documentario basato su eventi passati, la quantità di materiale video a disposizione?
JM: Tutto nasce dalla storia. Se mi colpisce, divento ossessivo e cerco la maniera e i mezzi per raccontarla. In Man on Wire e Project Nim la grande abbondanza di materiale d’archivio di certo ha aiutato.

BM: A vedere Project Nim, non facciamo la figura degli esseri evoluti.
JM: Siamo anche noi primati. Gli animali si sono evoluti diversamente da noi per perseguire i loro scopi, e noi così per perseguire i nostri., non è una questione di maggiori o minori qualità.

BM: L’esperimento denuncia i problemi tipici dell’antropocentrismo: si vuole “umanizzare” lo scimpanzé, convincersi che può diventare umano se opportunamento educato.
JM: Diciamo che, in questo caso, l’esperimento aveva l’obiettivo di insegnare a comunicare ad un animale, in modo da imparare come l’animale vede il mondo. Quindi c’era un aspetto nobile. Certo, il problema esiste, gli animali vengono sfruttati sempre in un’ottica umana, dall’alimentazione all’addomesticamento. Con l’aggravante che Nim non è stato scelto dopo una selezione, ma è stato direttamente strappato dalla madre, allo stato selvaggio.

BM: Quali sono le tue fonti di ispirazione quando giri un film?
JM: Per Man on Wire mi sono ispirato alle riprese effettuate per la BBC a New York in occasione dell’11 settembre: in quel periodo ero lì di persona, e naturalmente l’esperienza mi aveva colpito molto. Project Nim invece è nato dall’esperienza di diventare padre e dall’interesse per i meccanismi di comunicazione che si sviluppano tra genitori e i bambini quando sono piccoli.

BM: Di che cosa parla il tuo prossimo film Shadow Dancer con Clive Owen e Gillian Anderson?
JM: È un thriller che parla del processo di pace in Irlanda del Nord. Quindi gira attorno a situazioni da spy story, è pieno di tradimenti. Ha a che fare con i servizi segreti inglesi e l’IRA. In qualche modo mi ricorda Le vite degli altri, un film che ho amato molto, perché riflettendo sul passato fa capire in che macello viviamo oggi, in questo caso in Irlanda del Nord.

BM: A che punto sei con la lavorazione?
JM: Ho appena finito il montaggio.

BM: E quant’è costato?
JM: Circa quattro milioni di sterline.

Alcune immagini di Project Nim.

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