Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini hanno duettato ieri sera nella sezione Extra del Festival di Roma, divertendo il pubblico della Sala Petrassi con aneddoti, ricordi dai set su cui hanno lavorato insieme e riflessioni maturate in questi ultimi anni contrassegnati da una feconda collaborazione. L’incontro è stato molto apprezzato dal pubblico, che ha applaudito molto e riso per le battute e l’entusiasmo trascinante di Rubini. Scamarcio è apparso molto più rilassato, loquace e disponibile del solito, grazie alla presenza rassicurante del suo mentore, lasciandosi andare anche a qualche scherzo. Dall’incontro è emersa la profonda stima reciproca, l’affetto e la simpatia che nutrono l’uno per l’altro. Li accomuna, come si sottolinea spesso, la stessa origine pugliese e un fortissimo amore per la recitazione. Ecco la cronaca dell’incontro.

Quando vi siete conosciuti?
Sergio Rubini: Lui sostiene che ci siamo incontrati per un provino e che io lo rifiutai. Io questo fatto non me lo ricordo , mi ricordo di essere stato colpito da lui quando lo vidi lavorare nel film Texas…
Riccardo Scamarcio: La verità è che ci siamo conosciuti alla Cecchi Gori, dove ho fatto un provino, in seguito al quale non sono mai stato richiamato…
Rubini: Che cosa grave! Non me lo perdonerà mai.
Scamarcio: Anzi, se vogliamo dirla tutta, venni a sentire una tua lettura da ragazzino, a Bari, alla libreria Laterza. Poi arrivai da te tutto emozionato, dicendoti: «Ciao Sergio, complimenti!». Tu portavi i capelli lunghi, probabilmente stavi girando Nirvana, e mi liquidasti con un ciao ciao…

Quando vi incontraste Riccardo non era nessuno mentre Sergio era già un attore e un regista affermato…
Rubini: Sì, solo che adesso lui è arrivato qui da Los Angeles e io da Matera.

Esiste uno stile italiano della recitazione?
Rubini: Io penso di sì, la nostra tradizione è quella della commedia dell’arte. Il nostro approccio alla recitazione è quello dell’imbroglio. Sotto la maschera l’attore può pensare tutt’altro. Eduardo (De Filippo, ndr) diceva che non era importante piangere in teatro, ma che basta mettersi di schiena e scuotere le spalle. La tradizione che è arrivata dopo e che ci ha affascinato (e che parte da Stanislavskij e poi da Strasberg) è che recitare significa diventa diventare quella cosa che stai interpretando. Io ho avuto prova di questa distanza nel modo italiano e internazionale di intendere la recitazione. Mastroianni diceva, scherzando: «Ce sta Marlon Brando che so’  tre mesi che sta in un camposanto perché deve fare ‘na scena in cui deve morire». Poi invece quando io feci La passione di Cristo c’era Jim Caviezel che andava in giro a benedire i bambini e a cercare di moltiplicare i pani e i pesci…

Recitare può portare all’alienazione, quando per esempio un personaggio ti rimane addosso?
Rubini:  A dir la verità, io ho visto tanti attori compensare in scena. Un attore può colmare delle mancanze, recitando. Non è, come si pensa spesso che a furia di immedesimarti con un personaggio non sai più chi sei chi sei. Tu già non lo sapevi prima e scegli un personaggio che ti somigli particolarmente, perché ti dà qualcosa di cui sentivi la mancanza.
Scamarcio: Quando reciti, c’è una perdita di coscienza, se il lavoro va in una direzione autentica. Solo in quel caso il personaggio può darti qualcosa. Il gioco della recitazione sta nel perdersi. C’è l’approccio di Mastroianni e della commedia dell’arte e poi c’è anche quello di Carmelo Bene, che diceva che il palcoscenico è un luogo dove l’attore si perde e diventa vero di un’energia catartica. Diventa un medium di qualcosa di divino.

Che cosa si prova quando ci si rivede sullo schermo?
Scamarcio: Le prime volte che mi vedevo sullo schermo avevo una sensazione di rifiuto, perché non mi riconoscevo. Ora invece ho un approccio più sano.
Rubini: Il cinema ha scoperto subito la capacità d’attrazione di Riccardo. Quello che mi piace di più è il suo stile di impassibilità. Riesce a far leggere le cose che ha dentro, senza necessariamente esprimerle. Lui non è in conflitto con la sua bellezza. Molti attori non vogliono risultare belli, lui invece ha capito il magnetismo che esercita. Il suo volto, il suo sguardo riempiono lo schermo. Sul set di Colpo d’occhio si lamentava perché diceva che lo tenevo inchiodato, così dopo l’ho premiato con un film come L’uomo nero in cui gli ho dato grande possibilità di movimento.

Riccardo, che cosa significa avere un attore dietro la macchina da presa?
Scamarcio: E’ un sogno che si è avverato. La cosa più incredibile di Sergio è che non dà per scontato che tu riesca a fare quello che sta per chiederti. Io sui suoi set facevo sempre finta di essere distratto e che avessi di meglio da fare, per quello strano meccanismo infantile che si crea tra attore e regista, per cui non vuoi sentirti completamente nelle sue mani. Gli dicevo: «Facciamo giusto due ciak, perché dopo ho un appuntamento». E poi ovviamente abbiamo fatto 16 ciak e io sono arrivato in ritardo al mio impegno… Quello che mi piace di Sergio è la sua capacità di neutralizzare tutti i miei meccanismi di difesa.

Come attori è importante conoscere bene il copione?
Rubini: Mi ricordo che Depardieu sul set di Montecristo non sapeva neppure una battuta. Riempiva ogni scena di bigliettini. Un giorno gli chiesi: «Ma tu l’hai mai letta ‘sta sceneggiatura?». Lui disse di aver letto il romanzo tanto tempo prima. Così, influenzato da lui leggemmo le battute tutte in quel momento per la prima volta. Anni dopo, invece, feci un film con Bruno Ganz. Lo incontrai a giugno e le riprese cominciavano a dicembre e lui conosceva già a memoria il copione. Ero così turbata che al mio analista dissi che Ganz aveva un metodo diverso dal mio . E il mio analista mi disse: “Forse è meglio che impari anche  il metodo di Ganz”. Io credo che il vero grande attore è quello che riesce a essere al buio senza esserlo. Non deve conoscere maniacalmante il copione, ma non può neppure non averlo studiato.
Scamarcio: Ci sono attori che vengono sul set col copione sottolineato con colori diversi a seconda delle emozioni oppure con le varie parti del copione segnalate con etichette diverse. Io il copione lo studio, ma poi mi piace lavorarci sopra.

Sergio, sei ancora è convinto che tu sia stato preso da Fellini solo perché il tuo nome era uguale a quello del personaggio di Amarcord?
Rubini: Assolutamente.  Aveva un ufficio che era  pieno di foto e gli è capitata la mia tra le mani. L’ha capito dopo che ero un attore e penso che se  l’avesse saputo non mi avrebbe preso. Poi quando mi chiamò per L’intervista mi disse: «Alcuni giorni ti sembrerò preparato, altri invece no, abbi fiducia anche nei giorni in cui ti sembrerò impreparato».

Riccardo che cosa vi piace del lavorare insieme?
Scamarcio: Il mondo che racconta Sergio è complicato e complesso. C’è un punto di vista molto personale. C’è sempre un rapporto col mistico e il mistero che rende i suoi film estremamente affascinanti. Come regista, a volte ti lascia improvvisare, a volte è rigorosissimo. In Colpo d’occhio mi teneva inchiodato. Io lì ho sposato la causa di avere un rigore totale e non ho aggiunto nulla di personale alla sceneggiatura. Altre volte è inarrestabile. Come quella volta che ci ha tenuto sul set per diciannove ore consecutive a provare e riprovare le stesse scene…
Rubini: Capirai, anche a me Tornatore mi tenne 36 ore consecutive sul set di Una pura formalità. Perché DEpardieu e Polanski avevano altri impegni e così io dovetti girare le mie scene con loro contemporaneamente, solo che alla fine ero morto. Allora decisi di darmi malato e feci chiamare il dottore per farmi misurare la pressione. Così anche Depardieu si fece misurare la pressione. Il dottore alla fine disse: «Il magro così così, ma il grosso non ce la fa…».

Quant’è difficile oggi costruire una propria identità definita nel cinema, senza ricadere nelle logiche di marketing?
Rubini: Vorrei sottolineare il fatto che Riccardo ha avuto un inizio dove ha fatto cifre da capogiro. La cosa più normale e prevedibile sarebbe stata quella di continuare a fare quei film per i 20 anni consecutivi. Lui, invece,  coraggiosamente ha dato una sterzata alla sua carriera. Per inseguire i film che voleva fare per davvero. Questa è la cosa più forte che ha fatto per sé ma anche per noi altri. Io mi sono ritrovato il suo pubblico a vedere i miei film e in questo modo lui ha permesso al suo pubblico di crescere.
Scamarcio: C’è la tendenza a seguire dei modelli prototipici a cui bisogna sottostare a ogni costo. Sarei morto diversamente. Io mi sono divertito molto  a quei tempi e sono convinto che Tre metri sopra il cielo fosse un film sincero, ma fare il 2, 3 e 4 e così via all’infinito mi avrebbe annullato.

Vi accomuna la Puglia, vostra terra d’origine. Quanto vi ha influenzato?
Rubini: Voglio chiarire che non ho accordi con l’Ente Puglia,  ma io devo partire da ciò che conosco bene. E’ il mio Heimat, è un luogo della memoria che mi vive dentro. Un famoso  mnemonista del Novecento ricordava tutto perché conosceva a menadito la strada di casa sua e lui disponeva le parole lungo quella strada . Io metto la Puglia perché ne conosco i segreti, che alla fine sono la cosa più bella dei film. E poi voglio dirlo una volta per tutte, io sono anche calabrese, perché mio padre lo è…

Riccardo, come mai ti sei dato al teatro con lo spettacolo Romeo e Giulietta?
Scamarcio: Per placare la mia rabbia verso questo Paese in cui non si riesce a lavorare. Dove non si riescono a fare film interessanti. Dove film come L’uomo nero vengono traditi dalla distribuzione. Volevo trasferire questa rabbia nel teatro, facendo un personaggio shakespeariano, forte e vitale in cui trasfondere tutta la mia passione.

Come hai deciso di fare l’attore?
Un pomeriggio avevo litigato con mio papà, mia mamma e sorella che non volevano  mandarmi a Milano. Avevo 15 anni e mezzo. Non studiavo e mio padre per punizione mi impedì di andare a Milano a fare un servizio fotografico. Uscii di casa piangendo e andai a un bar lì vicino dove questo mio amico volle sapere il perché delle mie lacrime e poi mi disse: “Tu devi fare l’attore”. Io mi asciugai  le lacrime e capii che aveva ragione, che era quello che volevo fare. Così cominciai con una compagnia di attori pazzi, con un capocomico, che era il messo del comune ed era balbuziente. E prima di andare in scena ci diceva sempre (imita la balbuzie): Se dovete andare in bagno non tirate lo sciacquone.  (Foto Getty Images)

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