Richard Gere sarà il protagonista di questi ultimi due giorni del Festival Internazionale del Film di Roma. Oggi ha incontrato la stampa, stasera introdurrà Days of Heaven (1978), il secondo film di Terrence Malick e il primo da protagonista per l’attore, che domani, durante la consegna dei premi, riceverà il Marco Aurelio all’Attore.

La riconoscenza e la stima che la città di Roma mostra all’attore, che questa mattina è salito anche in Campidoglio per ricevere la Lupa Capitolina come riconoscimento alla carriera e al suo impegno per il Tibet, è reciproca: «Amo l’Italia e amo Roma – dichiara Gere -. In questo Paese ho ricevuto il primo premio in assoluto in tutta la mia carriera: il David, proprio per Days of Heaven. L’Italia è stato il Primo paese a riconoscere e premiare il mio lavoro e, alla luce di questo, tornare qui oggi e ricevere quest’altro importante riconoscimento è per me molto significativo».

Durante la conferenza stampa l’attore ha sottolineato come sia cambiato il cinema dal 1978 (anno di Days of Heaven) a oggi, raccontando di essere stato fortunato a muovere i primi passi della sua carriera in un periodo d’oro per il cinema, quando per fare i film non servivano budget stratosferici e gli studios erano pronti a correre il rischio di sbagliare. «Eravamo come pioneri che si fanno strada nella jungla con il machete. Oggi le cose sono cambiate: si fanno soprattutto blockbuster. I film più piccoli sono difficili da realizzare anche perché non si trovano i finanziamenti, mi spiace molto per i giovani creativi che trovano molte difficoltà nel farsi strada».

Tra una tazza di tè e una battuta con i giornalisti l’attore ha continuato a raccontarsi, lasciando trapelare la sua grande pacatezza e il suo ottimismo per un mondo e un’umanità migliori. Stati d’animo che probabilmente derivano dalla sua fede buddhista: «Tutti provano disagio verso l’universo in cui viviamo e questo lo pensavo già da giovane, quando ancora non mi ero avvicinato al Buddhismo – spiega Gere rispondendo alla domanda su come sia cambiata la sua vita proprio grazie all’incontro con questa religione -. Noi vediamo la realtà con scetticismo, abbiamo intorno troppi stimoli diversi che finiscono per fuorviarci. Grazie ad alcune pratiche scopriamo che possiamo avvicinarci al senso più profondo della realtà. Il Buddhismo non è un fine, è una strada che porta alla liberazione e alla possibilità di espandere il proprio io: è questo il mio obiettivo e sento di essere sulla strada giusta per raggiungerlo». A partire dalla carriera che non è più una priorità: «Ho un atteggiamento utile verso il mio lavoro, non ho aspettative eccessive, quello che per me veramente conta è la vita. La famiglia è al primo posto così come il rapporto con i miei “maestri” (le “guide” buddhiste che lo accompagnano nel suo percorso spirituale n.d.r.). Sono appena tornato dal Nepal per le celebrazioni funebri di una delle mie principali guide: è stato un momento molto toccante». Neppure la crisi mondiale sembra scalfire il suo ottimismo: «Ciò che siamo è l’amore, questa è una cosa in cui credo, è questo il vero significato dell’universo. Tutto il pessimismo che sta in superficie può essere rimosso. Questo è un atteggiamento ottimista, è vero siamo tutti in un incubo ma sono sicuro che possiamoo risvegliarci. La gente si deve rendere conto che l’avidità e l’egoismo che ci sono oggi possono essere sconfitti».

E ora, tutti i sogni e desideri di Richard Gere sono rivolti al futuro del figlio, alla sua famiglia. Seppure il suo mestiere riesca ancora a entusiasmarlo e a stupirlo: «Al momento tutti i miei sogni riguardano mio figlio di 11 anni: ora è solo lui che conta, il cinema è un “veicolo”, non è nulla in confronto alla mia famiglia e ai miei “maestri”. Non faccio progetti per il futuro, spesso ho sprecato inutilmente energie per progetti che poi sono stati cancellati. Preferisco fare quello che mi soddisfa di più. Ancora adesso mi sorprendo e mi entusiasmo quando mi vengono proposti ruoli a cui non avevo mai pensato. Alla fine il cinema non è una carriera ma un “viaggio di vita”, mi diverte fare cinema anche perché così posso viaggiare e venire a contatto con diverse realtà». D’altra parte l’attore ha scoperto fin da giovanissimo la passione per la recitazione: «Sono sempre stato appassionato di teatro, mi piaceva interpretare ruoli diversi, sapevo che, in un modo o nell’altro, quella sarebbe stata la mia strada anche se da ragazzo ero molto molto timido. Un giorno mi comunicarono che ero stato preso al primo vero provino cinematografico, in quel momento ho sentito una forza e un’energia incredibile che si è liberata in me, una sensazione mai provata prima, ho subito pensato che era quello che volevo fare e mi sono detto “la mia vita inizia qui”». Gere inoltre si è dimostrato a interpretare anche ruoli per la tv: «I progetti dell’HBO sono straordinari, sono capolavori che costano quanto film indipendenti. Sarei ben felice di lavorare in questo contesto». Tuttavia, se da un lato la possibilità di vedere Gere in una produzione tv non è così remota, dall’altro quello di vederlo alla regia potrebbe essere nulla, almeno per il momento: «Sì, ho pensato di fare il regista, mi interessa, anche se mi fa paura. Quello che mi blocca è il fatto di dover dedicare un anno e mezzo della mia vita ad un unico progetto, rischiando di tralasciare cose ben più importanti per me come la famiglia e i miei “maestri”, ora non sono pronto per questo. Forse un giorno…». (Foto Getty Images)

Ecco una gallery dell’attore a Roma (Foto Getty Images):

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