È un film personale, più che un film ambizioso, Anni felici di Daniele Luchetti – che sarà presentato in prima mondiale al Festival di Toronto oggi alle 16.15, in verità in una sala piuttosto periferica. Racconta l’infanzia del regista negli anni ’70 partendo da uno spunto reale, ma sviluppandolo per fatti inventati (Luchetti ci ha detto che è tutto vero… per i primi tre minuti).

Il papà Guido (Kim Rossi Stuart) è un uomo inquieto, che tenta con poca fortuna la strada dell’arte concettuale. La mamma, Serena (Micaela Ramazzotti), è una donna senza particolari ambizioni, appassionata, gelosa. Il problema, in definitiva, è spaventosamente ovvio: i due vivono distanti nella testa, ma non riescono ad abbandonarsi, trovano un completamento reciproco, e una fortissima attrazione sessuale. Lo stallo sembra un cliché, una cosa da romanzetto, ma si riflette su tutto il resto. L’arte di Guido non va da nessuna parte, è solo la replica impacciata di quello che insegna all’università e ammira. E la vita di Serena è una rincorsa continua a un uomo che vuol essere lasciato in pace. In questo contesto, i due figli piccoli – Dario e Paolo – smettono di esistere. Non sono maltrattati, solo accessori.

Il film racconta il tentativo ininterrotto e sempre fallimentare di conciliazione tra le esigenze di Guido e quelle di Serena, dal punto di vista di Dario – il fratello grande con una passione per il Super 8 (a Paolo che gli chiede, un giorno, quanto ci metteranno papà e mamma a fare pace, risponde: «Tutta la vita»). Il tono però è leggero, oscilla tra il comico quotidiano e momenti di piccola commozione (come quando Serena salva per caso la performance dal vivo di Guido), dovuti allo script ma soprattutto alla impressionante naturalezza con cui recitano Stuart e la Ramazzotti. Se fosse un film americano, diremmo che è una dramedy, un tipo di commedia lontanissimo cioè dalla tradizione italiana, quella della farsa e dei comici dell’arte.

Non è che sia tutto riuscito: la seconda parte, quella del viaggio di Serena in Francia, funziona molto meno della prima, e forse suona anche un po’ fasulla, messa giù a tavolino, rispetto al resto. Poi qualche momento, come il tuffo al molo di Dario, avrebbe richiesto più polso, senso del dramma, per lasciare segni. Ma la scelta è ponderata. Erano pur sempre – e si sente che per Luchetti è importante evocarli così – Anni felici.

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