Apre i battenti la nona edizione di un Festival che sempre più si sta trasformando in “Festa” del Cinema, e a confermarlo è lo stesso direttore artistico, al suo terzo anno in regia.

La scelta di aprire e chiudere con due film italiani ha il sapore di una rivincita?

Marco Muller: Ogni edizione di questo Festival è stata diversa dalla precedente, questa edizione rappresenta una virata decisa verso un Festival che sta diventando sempre più Festa e che si riallaccia alla stagione fervida della commedia italiana

Ci sono dei dati aggiornati sulla vendita dei biglietti?

Paolo Ferrari: Sta andando  tutto per il verso giusto, siamo in linea con lo scorso anno nonostante il mercato sia in crisi.

Al termine dell’aggiornamento su questa nuova edizione Muller ha introdotto il Marco Aurelio Acting Award 2014 Tomas Milian, un premio ad un attore la cui carriera esemplare ha segnato in profondità il cinema italiano. Durante l’incontro ci ha raccontantato cosa lo portò a scegliere la carriera d’attore quando era un giovane benestante in una Cuba sull’orlo della rivoluzione, e di come suo padre si uccise, davanti a lui, quando aveva solo 12 anni.

Qual è il personaggio che hai preferito interpretare?

Tomas Milian: Il Monnezza, volete sapere perché? Vi racconto una storia. Quando avevo deciso di lasciar Cuba per entrare nel mondo del cinema la mia famiglia era alto borghese ma io ero un ribelle. Inizialmente non dissi niente a loro della mia passione per la recitazione. Avevo visto La Valle dell’Eden, e mi identificavo con James Dean e con il suo rapporto controverso con il padre. Mio padre si suicidò e non ebbi tempo di recuperare il rapporto con lui. Deciso a partire andai da mia zia, una donna colta e ricca, protettrice però di Fidel Castro, mentre il resto della mia famiglia non ne voleva sapere della rivoluzione. Io non ero politicizzato, ma ero un piccolo fascista senza saperlo, uno stronzo se volete, con la macchina alla moda e iscritto al club migliore dell’Havana. Confessai a mia zia che volevo conquistare l’America e l’Actor Studio di New York. Lei mi disse, Tommy “che personaggio vai a fare al cinema? Il ragazzo che si alza all’una, il figlio di papà che sceglie la ragazza per la notte dopo aver giocato a tennis tutto il giorno? Tu devi conoscere cosa fa un uomo comune per portare a casa il pane quotidiano”. Non ci avevo mai pensato, ero un cretino all’epoca e lei mi aprì gli occhi. In Italia usano la parola fuggire, io sono partito, fuggire sa di vigliacco, e io non sono vigliacco, sono molto coraggioso. Ma fu il destino che cambiò la mia rotta, e sono andato a iscrivermi all’Actor Studio, e tra 3000 americani che provarono c’era un cubano che portava un brano tratto da Home of The Brave di Arthur Laurents, in cui identificavo le sensazione che avevo provato quando mio padre si suicidò davanti a me a 12 anni, con un colpo di pistola al cuore. Prima di morire mi disse di occuparmi di mamma e di mia sorella, perché ero un uomo già, ma ero solo un ragazzo in realtà. Ebbi una sensazione di liberazione, non piansi, come un popolo oppresso da un dittatore che si libera. Era la mia scena madre , fu la mia Valle dell’inferno e non la Valle dell’Eden. Arrivai all’esame finale e entrai nell’Actor Studio. Quindi in sostanza perché il Monnezza? Dovete leggere il mio libro, o venire alla Masterclass di domani!

 

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