A quasi 50 anni dalla sua uscita, questo film italiano resta uno dei ritratti più lucidi e disperati della solitudine urbana
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A quasi 50 anni dalla sua uscita, questo film italiano resta uno dei ritratti più lucidi e disperati della solitudine urbana

Un ritratto spietato e visionario dell’Italia che lotta ai margini, dove la povertà non redime e la famiglia diventa un campo di battaglia

A quasi 50 anni dalla sua uscita, questo film italiano resta uno dei ritratti più lucidi e disperati della solitudine urbana

Un ritratto spietato e visionario dell’Italia che lotta ai margini, dove la povertà non redime e la famiglia diventa un campo di battaglia

Una scena dal film italiano Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola

C’è un punto della filmografia di Ettore Scola in cui il regista smette di cercare consolazioni e, con un colpo di machete, taglia la retorica sulla povertà “buona”. Quel punto è Brutti, sporchi e cattivi: un affresco grottesco e feroce che ribalta l’idealizzazione delle borgate e mette a nudo l’egoismo come legge non scritta della sopravvivenza. Arriva tra C’eravamo tanto amati e Una giornata particolare, ma non somiglia a nessuno dei due: qui non c’è eroismo civile né malinconia elegiaca, c’è un coro di corpi e appetiti che lottano per una fetta sempre più piccola di benessere.

Siamo nella baraccopoli romana di Monte Ciocci, anni Settanta. Una famiglia di immigrati pugliesi — figli, nuore, nipoti, suocere, cognati — vive ammassata in pochi metri quadri, tenuta in ostaggio dal patriarca Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi), che ha ricevuto un risarcimento in denaro “costato un occhio” e ora lo difende come un sovrano paranoico: lo nasconde, lo controlla, ci dorme sopra. Intorno a lui brulica una piccola folla senza miti: lavoretti precari, espedienti, furti, sesso consumato come merce, invidie che si accumulano tra brandine e pentoloni. Non c’è il “nemico” ricco da abbattere; c’è piuttosto la guerra orizzontale dei poveri contro i poveri, la massa che insegue la stessa, minuscola posta in gioco.

Scola costruisce l’antitesi esplicita di Miracolo a Milano: se nel film di De Sica la magia alleviava la miseria e lasciava intatto il candore, qui la favola è finita. Il boom economico ha introdotto il desiderio di consumo anche in chi non può permetterselo; l’ascensore sociale è guasto e la speranza si è trasformata in rancore. Ecco perché Brutti, sporchi e cattivi è insieme commedia nerissima e tragedia domestica: si ride (amarissimo) per non soffocare, si resta urtati dal degrado morale senza la stampella del pietismo.

La figura di Giacinto è un concentrato di vizi: avaro, violento, ossessionato, pronto a trascinare in casa l’amante Iside pur di umiliare la moglie; ma il suo cinismo non esisterebbe senza il cerchio di parenti-serpenti che lo circonda, pronti a vendicarsi e rubargli il “tesoro”. Dario Di Palma illumina la miseria con toni terrosi, prosciugati, mentre Armando Trovajoli costruisce un tappeto musicale che alterna ironia e malinconia, fino a quell’incredibile “Va’, pensiero” intonato dai baraccati – un attimo di dignità corale subito risucchiato dal bisogno.

Manfredi, irriconoscibile sotto il trucco di Franco Freda, tempera il suo naturale istinto comico in una performance corrosiva e precisa, lontana dai personaggi accomodanti: fa ridere e fa orrore, spesso nella stessa inquadratura. Al suo fianco, Scola sceglie soprattutto non professionisti, ereditando dal neorealismo pasoliniano la verità dei volti ma capovolgendone l’aura poetica: qui la “bellezza degli ultimi” non c’è, schiacciata dalla promiscuità, dalla violenza quotidiana, dall’istinto di sopravvivenza. È l’intuizione più scomoda del film: la povertà non nobilita automaticamente, non educa alla solidarietà; semmai esaspera i desideri, incattivisce, rende ogni gesto tattica.

La regia tiene insieme caos e disegno con disciplina da entomologo. La visita alle Poste per la pensione della nonna — messa in scena come una sortita militare — è un piccolo trattato di regia d’insieme; l’incendio notturno della baracca, un’apocalisse domestica girata senza compiacimento; la Roma “altra”, con la cupola di San Pietro sullo sfondo, un altare distante e inutilmente rassicurante. Laddove altri avrebbero scelto la cronaca, Scola spinge sul grottesco come lente morale: deforma per vedere meglio, estremizza per sottrarre l’alibi della tenerezza.

Non c’è arco di redenzione, non c’è lezione edificante. Brutti, sporchi e cattivi inizia male e finisce peggio: più bocche da sfamare, meno spazio, più violenza potenziale. È proprio questo rifiuto della “storia che migliora” a renderlo ancora oggi spiazzante e moderno. La guerra tra ultimi, l’ossessione per il denaro come unica misura, il consumo come mito irraggiungibile, l’eros mercificato, la famiglia come microcosmo tossico: tutto parla al presente. E lo fa con una potenza figurativa che ha pochi eguali nella nostra commedia. Non stupisce che Cannes nel 1976 abbia premiato la regia: dietro il titolo “scorretto” c’è un film lucidissimo, che ha il coraggio di guardare dove fa male e di restare lì, senza voltarsi dall’altra parte.

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