C’è un punto della filmografia di Ettore Scola in cui il regista smette di cercare consolazioni e, con un colpo di machete, taglia la retorica sulla povertà “buona”. Quel punto è Brutti, sporchi e cattivi: un affresco grottesco e feroce che ribalta l’idealizzazione delle borgate e mette a nudo l’egoismo come legge non scritta della sopravvivenza. Arriva tra C’eravamo tanto amati e Una giornata particolare, ma non somiglia a nessuno dei due: qui non c’è eroismo civile né malinconia elegiaca, c’è un coro di corpi e appetiti che lottano per una fetta sempre più piccola di benessere.
Siamo nella baraccopoli romana di Monte Ciocci, anni Settanta. Una famiglia di immigrati pugliesi — figli, nuore, nipoti, suocere, cognati — vive ammassata in pochi metri quadri, tenuta in ostaggio dal patriarca Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi), che ha ricevuto un risarcimento in denaro “costato un occhio” e ora lo difende come un sovrano paranoico: lo nasconde, lo controlla, ci dorme sopra. Intorno a lui brulica una piccola folla senza miti: lavoretti precari, espedienti, furti, sesso consumato come merce, invidie che si accumulano tra brandine e pentoloni. Non c’è il “nemico” ricco da abbattere; c’è piuttosto la guerra orizzontale dei poveri contro i poveri, la massa che insegue la stessa, minuscola posta in gioco.
Scola costruisce l’antitesi esplicita di Miracolo a Milano: se nel film di De Sica la magia alleviava la miseria e lasciava intatto il candore, qui la favola è finita. Il boom economico ha introdotto il desiderio di consumo anche in chi non può permetterselo; l’ascensore sociale è guasto e la speranza si è trasformata in rancore. Ecco perché Brutti, sporchi e cattivi è insieme commedia nerissima e tragedia domestica: si ride (amarissimo) per non soffocare, si resta urtati dal degrado morale senza la stampella del pietismo.
La figura di Giacinto è un concentrato di vizi: avaro, violento, ossessionato, pronto a trascinare in casa l’amante Iside pur di umiliare la moglie; ma il suo cinismo non esisterebbe senza il cerchio di parenti-serpenti che lo circonda, pronti a vendicarsi e rubargli il “tesoro”. Dario Di Palma illumina la miseria con toni terrosi, prosciugati, mentre Armando Trovajoli costruisce un tappeto musicale che alterna ironia e malinconia, fino a quell’incredibile “Va’, pensiero” intonato dai baraccati – un attimo di dignità corale subito risucchiato dal bisogno.
Manfredi, irriconoscibile sotto il trucco di Franco Freda, tempera il suo naturale istinto comico in una performance corrosiva e precisa, lontana dai personaggi accomodanti: fa ridere e fa orrore, spesso nella stessa inquadratura. Al suo fianco, Scola sceglie soprattutto non professionisti, ereditando dal neorealismo pasoliniano la verità dei volti ma capovolgendone l’aura poetica: qui la “bellezza degli ultimi” non c’è, schiacciata dalla promiscuità, dalla violenza quotidiana, dall’istinto di sopravvivenza. È l’intuizione più scomoda del film: la povertà non nobilita automaticamente, non educa alla solidarietà; semmai esaspera i desideri, incattivisce, rende ogni gesto tattica.
La regia tiene insieme caos e disegno con disciplina da entomologo. La visita alle Poste per la pensione della nonna — messa in scena come una sortita militare — è un piccolo trattato di regia d’insieme; l’incendio notturno della baracca, un’apocalisse domestica girata senza compiacimento; la Roma “altra”, con la cupola di San Pietro sullo sfondo, un altare distante e inutilmente rassicurante. Laddove altri avrebbero scelto la cronaca, Scola spinge sul grottesco come lente morale: deforma per vedere meglio, estremizza per sottrarre l’alibi della tenerezza.
Non c’è arco di redenzione, non c’è lezione edificante. Brutti, sporchi e cattivi inizia male e finisce peggio: più bocche da sfamare, meno spazio, più violenza potenziale. È proprio questo rifiuto della “storia che migliora” a renderlo ancora oggi spiazzante e moderno. La guerra tra ultimi, l’ossessione per il denaro come unica misura, il consumo come mito irraggiungibile, l’eros mercificato, la famiglia come microcosmo tossico: tutto parla al presente. E lo fa con una potenza figurativa che ha pochi eguali nella nostra commedia. Non stupisce che Cannes nel 1976 abbia premiato la regia: dietro il titolo “scorretto” c’è un film lucidissimo, che ha il coraggio di guardare dove fa male e di restare lì, senza voltarsi dall’altra parte.
