PREMESSA: IL CINEMA INTERNAZIONALE E LA CINA
È un dato di fatto, quasi banale da dire, e ormai realisticamente proverbiale: la Cina è vicina. La superpotenza comunista compie una malcelata conversione verso il capitalismo e guarda stoicamente le economie occidentali crollare. Non è questo il convivio adatto dove giudicare se la scalata economica del Dragone Rosso sia lecita o meno, tuttavia la nuova fatica del pluripremiato regista Zhang Yimou, The Flowers of War, è un esempio emblematico di come, in questo caso nel campo dell’entertainment, questo Paese abbia mire e strategie di espansione ben precise.

Per i mercati internazionali del cinema (Cannes, Los Angeles, Berlino e Toronto), i luoghi in cui i film si comprano e si vendono, la Cina è un caso chiuso da qualche anno. Ormai i film si vendono anche in Zimbawe, mentre l’ipotesi di distribuzione sul territorio cinese resta appunto un’ipotesi. A differenza di Hong Kong, tanto aperta e disponibile da essere diventata un punto di riferimento anche per l’action occidentale, nella vasta zona “Mainlander” si è deciso di produrre in proprio i film per il grande pubblico e, in linea con il progetto di colonizzazione culturale e economica dell’Ovest, di produrre progetti esportabili e accattivanti per un pubblico internazionale.

FLOWERS OF WAR COME THE MILLIONAIRE?
In questo quadro, Flowers of War ripete un po’ quel che aveva cercato di fare Danny Boyle con Il milionario e l’immaginario di Bollywood: unire due modi distanti di fare cinema per dare alla luce un prodotto appetibile per due palati culturali molto differenti. Era quasi d’obbligo che a rappresentare uno dei primi grossi lanci cinematografici della Cina fosse allora Zhang Yimou, il regista di capolavori come Lanterne Rosse (1991), il quale, dopo essere stato un outsider in opposizione politica con il suo Paese, ne è diventato via via uno dei principali alfieri filo-governativi (e non senza polemiche), anche grazie a film come Hero (2002) e La Foresta dei Pugnali Volanti (2004).

Lo schema che Yimou e la sua casa di produzione, la New Picture Film, hanno studiato, è preciso: una storia toccante per pubblico e critica. E alla data della sua uscita nei cinema cinesi (16 Dicembre), Yimou sembra aver fatto centro, con la nomination per i Golden Globes già in tasca e quella per gli Academy molto probabile. Tratto dal best seller Le 13 Donne di Nanchino di Geling Yan, la pellicola è ambientata durante uno dei fatti storici più raccapriccianti della storia d’Oriente e probabilmente uno degli eventi più bui della storia dell’umanità, spesso colpevolmente dimenticato dagli studi storiografici occidentali.

LA STORIA RACCONTATA NEL FILM: UN MASSACRO MAI DIMENTICATO
Durante la Seconda Guerra Sino-Giapponese, per tre settimane nel dicembre del 1937, l’esercito giapponese commise in territorio cinese uno dei più atroci massacri conosciuti, quello passato alla storia come Lo Stupro di Nanchino. La Capitale de Sud della Cina venne brutalmente violata: i morti furono tra i 200mila e i 500mila, con stupri su circa 80mila donne. Le foto con testimonianze dell’epoca di violenze su donne e bambini sono talmente forti da surclassare le più estreme invenzioni dell’horror. Quella che, più che una colossale razzia, fu considerata come una inspiegabile epidemia di follia omicida collettiva, è ricordata dal popolo cinese come un tragico lutto nazionale ed è stata spesso immortalata su pellicola, ma mai per un film di appeal commerciale così forte.

BATMAN NEL CONVENTO DI NANCHINO
L’impatto con l’occidente richiedeva una star hollywoodiana e la produzione cinese deve aver pensato che nessuno meglio di “Batman” poteva interpretare l’anti-eroe che avrebbe salvato le fanciulle del Convento di Nanchino. Christian Bale è quindi volato sul set da 90 milioni di dollari di Yimou per vestire i panni di John Miller, un “becchino di guerra”, incaricato di andare a recuperare il cadavere di un prete cattolico di base al Convento di Nanchino. Miller è un mercenario dissoluto che non si fa molti scrupoli a rubare i soldi dalle cassette delle offerte, né è troppo preoccupato per la fine che possono fare le giovani studentesse rimaste nel Convento, unica zona franca della città.

Il motivo per cui inizialmente Miller rimane nella Chiesa è legato semplicemente agli appetiti sessuali: un gruppo di prostitute cerca rifugio lì, mentre fuori la città è rasa al suolo dai soldati. I giapponesi, impazziti, non rispettano però neanche le convenzioni internazionali, e fanno irruzione nel luogo di preghiera. Miller si vede quasi per caso costretto a indossare l’abito talare e a spacciarsi per il defunto Padre, ed infine a vedersela con i soldati mossi da cattivissime intenzioni per salvare l’uno o l’altro gruppo di ragazze.

LA RECENSIONE: UN FILM DI PROPAGANDA
The Flowers of War è chiaramente un film di propaganda, il cui fine è testimoniare all’Occidente (attraversoun suo simbolo cinematografico, Christian Bale appunto) di un massacro di cui molti sanno poco o niente, ricordare ai cinesi che sono un popolo di valorosi combattenti – come si evince da una rocambolesca scena in cui un infallibile cecchino neutralizza una task force di sanguinari nemici – e mostrare che persino una dozzina di prostitute hanno più onore, rispetto e spirito di sacrificio degli spietati giapponesi. Questi ultimi fanno effettivamente la parte che generalmente in Europa spetta ai Nazisti e, viste le circostanze storiche e quello a cui ci ha abituato Hollywood riguardo al Terzo Reich, non è nemmeno da considerare una esagerazione.

Forte di una sceneggiatura matematica per precisione di scrittura, il film risente come un difetto di questa sua qualità, a causa di un eccessivo schematismo nella successione delle scene. Zhang Yimou sembra voler mettere in luce la nuova “elasticità” della commissione di censura cinese, prendendo un dissoluto ubriacone e un gruppo di prostitute per renderle figure eroiche. E riesce anche a dare un’idea reale di atrocità “infilmabili” assestando un paio di colpi brutali all’interno di una comunque pacata osservazione del contesto bellico.

Manifestare il punto di vista femminile, che a detta del regista era il suo principale obiettivo, è un fine che resta però solo sulla carta, perché vessato troppo dalla costante e opprimente presenza del crimine sessuale, che sembra quasi l’argomento principale del film, e che finisce per spersonalizzare le protagoniste. La sontuosità costante della regia, anche nei momenti in cui utilizza il linguaggio sporco e moderno della camera a mano, è al costante servizio del melodramma che si compie dentro e fuori le mura del Tempio, sforzandosi di chiudere ogni minima sottotrama in maniera coerente.

IN DUE PAROLE
Per il grande pubblico The Flowers of War è sicuramente un’esperienza culturale diversa dal solito, che solo ad una analisi attenta, come quella che si richiede in questo contesto, mostra la pecca difficilmente difendibile di un calcolo eccessivo nella costruzione dell’opera. A discapito della sensibilità che si richiedeva per trattare un pezzo di storia delicato come una colomba ferita.

(si ringrazia Gianluigi Perrone, critico cinematografico, sceneggiatore e regista)

Sotto, trailer e poster del film

© RIPRODUZIONE RISERVATA