Frankenstein di Guillermo Del Toro, tra mito, mostro e umanità. La nostra intervista al regista e al cast del film
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Frankenstein di Guillermo Del Toro, tra mito, mostro e umanità. La nostra intervista al regista e al cast del film

Il regista messicano rilegge il capolavoro di Mary Shelley trasformandolo in un racconto di amore, colpa e perdono. In alcune sale selezionate dal 22 ottobre e successivamente su Netflix dal 7 novembre

Frankenstein di Guillermo Del Toro, tra mito, mostro e umanità. La nostra intervista al regista e al cast del film

Il regista messicano rilegge il capolavoro di Mary Shelley trasformandolo in un racconto di amore, colpa e perdono. In alcune sale selezionate dal 22 ottobre e successivamente su Netflix dal 7 novembre

A più di due secoli dalla pubblicazione del romanzo di Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo, Guillermo del Toro riporta in vita il mito che più di ogni altro ha interrogato l’essenza dell’essere umano. Il suo Frankenstein (che abbiamo recensito durante la Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in anteprima) non è solo un film gotico o una nuova versione del classico mostro, ma una riflessione sul potere della creazione, sulla colpa e sull’amore, sull’eterno conflitto tra chi dà la vita e chi la riceve.

Il regista messicano, da sempre attratto dalle creature marginali e dai racconti di solitudine, trasforma l’archetipo di Shelley in un dramma profondamente personale. La sua visione si nutre della biografia dell’autrice, del fervore romantico di un’epoca in rivolta e della propria esperienza di figlio e di padre, fondendo biografia e mito in un’opera che promette di essere tra le più intime e universali della sua carriera.

A incarnare i protagonisti di questa rinascita ci sono Oscar Isaac nel ruolo di Victor Frankenstein, Jacob Elordi nei panni della Creatura e Mia Goth come Elizabeth, in un triangolo di potere e compassione che ribalta i confini tra umano e mostruoso.

Abbiamo incontrato il regista e il cast per approfondire le origini di questa visione, tra memoria e immaginazione, dolore e redenzione. E nelle loro parole, come nel film, emerge la stessa domanda che attraversa da sempre il mito di Frankenstein: cosa significa davvero essere umani?

Cosa ti ha spinto a reinterpretare per il cinema il mito di Frankenstein, creato da Mary Shelly nel romanzo gotico di fantascienza del 1818 Frankenstein o il moderno Prometeo?

Del Toro: Scoprii il capolavoro cinematografico Frankenstein del 1931, regia di James Whale con Boris Karloff nei panni della Creatura, quando avevo sette anni, ed ebbe un profondo effetto religioso su di me. Sono cresciuto cattolico, ma lì ho trovato la mia vera religione, ho capito con Karloff cosa significasse essere un martire e un messia, ed è allora che quell’immaginario cattolico ha cominciato ad aver senso. Ho pensato, “Questa è una cosa soprannaturale, e questo sono io. Ecco perché mi sento un diverso“. Poi ho letto il libro all’età di 11 anni, e ho capito che il film non era affatto il romanzo (era basato sull’opera teatrale del 1927 di Peggy Webling Frankenstein: An Adventure in the Macabre) e che c’era molto di più da affrontare immergendosi nel libro. L’umanità della Creatura, la disumanità del mondo. I romantici credevano che il loro nemico fosse la vita, e il sentimento riecheggiava in me. Ci sono elementi di Frankenstein nei miei film Cronos e La forma dell’acqua.

Cosa hai imparato sulla vita e sul lavoro di Mary Shelley mentre scrivevi la sceneggiatura per la tua versione di Frankenstein?

Del Toro: Devo confessare che ho dedicato la mia vita, decenni di studio e approfondimento, alla letteratura gotica e al movimento romantico: Mary Shelley, Percy Shelley, Lord Byron. Il mio film è un amalgama della sua biografia, della mia, del movimento romantico, e del romanzo. Ciò di cui la gente di oggi non si rende conto è che questi poeti romantici erano degli iconoclasti. Voglio dire, nel 1814, all’età di 16 anni, Mary si svegliò alle cinque del mattino e scappò nella notte con l’amante sposato Percy Shelly, di 22 anni, senza il permesso dei suoi genitori, per attraversare la Manica. Fu sorpresa dalla matrigna che cercò di rimandarla indietro, ma non ci riuscì: venne perseguita dalle autorità, rimanendo poi incinta e avendo un aborto spontaneo.

Mary Shelley è stata un’ispirazione per la tua versione di Elizabeth, la fidanzata del fratello minore di Victor Frankenstein, William?

Del Toro: Sì, credo che Elizabeth sia diventata un amalgama di me e Mary Shelley. Stavo già scrivendo, e avevo scritto un lungo trattamento definendo le sue azioni, ma non il suo ruolo. La prima volta che ho incontrato Mia Goth, aveva appena avuto la sua bambina (Isabel, nata nel marzo 2022, con il marito Shia LaBeouf), e ne stava parlando con grande amore, passione e dedizione. Ho pensato, questa è Elizabeth, è lei il personaggio più intelligente del film, capisce più di chiunque altro, porta con sé una fortissima energia di comprensione dell’altro, che è quello di cui tratta veramente il mio film. Voglio dire, ho delle notizie per voi, l’altro siete voi, ogni volta che svilite l’altro, svilite voi stessi, perdete. Ed ecco perché Victor e la Creatura esistono allo specchio, ecco perché il film inizia dove finisce, e solo la Creatura alla fine rompe il cerchio. Tutto questo per me era articolato in teoria, ma Elizabeth lo articola in modo drammatico quando parla di amore. Dice che la natura dell’amore è di essere trovati e di essere persi. Tutto quello che dice ha saggezza. Quindi per me, Mary Shelley è fusa dentro Elizabeth.

Mia, di quali elementi della tua vita e della tua personalità ti sei avvalsa per interpretare Elizabeth?

Mia Goth: Guillermo mi ha mandato la sceneggiatura forse un paio di mesi dopo la nostra riunione iniziale: l’ho letta, e ne sono rimasta incredibilmente commossa. Mi riconoscevo in Elizabeth. Quello che mi ha veramente colpito è stata il sentirsi diversi, il desiderio di connessione e la ricerca di una casa. Come attori proviamo a trovare il personaggio dentro di noi, e speriamo che risuoni tra gli spettatori.

L’aspetto della tua Creatura è molto diverso da come era stata interpretata da Boris Karloff in Frankenstein, un film in bianco e nero, o da Christopher Lee nel film del 1957 La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein) girato a colori. Come lo hai concepito?

Del Toro: Questo look è stato disegnato da Mike Hill, creatore di effetti di trucco, mio amico e di cui sono anche cliente. Nel corso degli anni ho comprato molte sculture che Mike ha fatto della Creatura di Frankenstein, come Boris Karloff. Sono tutte a casa mia, ho un intera stanza dedicata a Frankenstein. Siamo diventati collaboratori per La forma dell’acqua. Mike ha creato una Creatura che non è un mostro, ma un personaggio. E quando incontri qualcuno con quel tipo di talento, allora nasce una triangolazione perfetta: siamo io, Jacob e Mike.

Victor sta lavorando con un gruppo di cadaveri mutilati su un campo di battaglia della guerra di Crimea, il suo mostro è praticamente un soldato resuscitato da una fossa comune, e questo spiega perché lo sta mettendo insieme come un puzzle. Vogliamo però cercare di evitare il tipico aspetto di una vittima di incidente stradale che ne è uscita tutta rattoppata, un mucchio di parti messe insieme. Abbiamo disegnato il corpo quasi come si farebbe con una bellissima scultura in alabastro di un santo scuoiato della pelle, come San Bartolomeo. Abbiamo fatto ricerche anatomiche, e l’idea era che non si trattasse di una creatura riparata, ma di una nuova anima appena nata. Quando compare su schermo, è quasi come un pallido bambino gigante. So che questo suona molto crudele, ma è quello che succede nelle famiglie: si nasce perfetti, e poi tutta la famiglia si intromette, ti danneggia e ti rompe. La Creatura deve sembrare prima un bambino, poi un filosofo, poi un uomo. La sua crescita è uno dei tratti più salienti del romanzo di Mary Shelley nonchè del mio film. Tracciamo l’arco della Creatura che diventa un essere umano. Volevo mostrare quel viaggio da anima appena nata a essere umano pensante, quando alla fine la liberazione di una nave incastrata nel ghiaccio è il suo primo atto di libera volontà.

Jacob, a cosa ti sei ispirato per interpretare questa innocente Creatura infantile, che prova dolore quando suo padre/creatore cerca di distruggerlo?

Jacob Elordi: Ho la mia teoria, che tutta quella sofferenza, quel dolore e quel trauma sono già nel nostro sistema, come se avessi già vissuto il dolore di perdere mia madre, anche se è ancora viva. In un certo senso, il film è stato catartico, perché dovevo guardarlo in faccia, sperimentarlo, e affrontarlo. E poi il racconto finisce con un raggio di speranza: ho potuto guardare il sole, e capire che non ho altro ricorso se non quello di vivere.

Che preparazione hai seguito per interpretare un mostro creato in laboratorio, che sta cercando di capire cosa vuol dire essere un essere umano?

Jacob Elordi: Quando ho letto per la prima volta il copione, avevo molte idee su cosa significhi essere fatti di parti, avere un polpaccio preso da qualcuno, una parte del cervello da un altro, un pezzo di viso da qualcun altro ancora, e come la comunicazione avrebbe funzionato tra il cervello e i muscoli. Davvero determinante è stata però l’idea di Guillermo di farmi studiare Butoh, una danza giapponese della morte sulla rianimazione di un cadavere. Non si è trattato di qualcosa di troppo specifico, ma di un modo utile per addentrarmi nel mio corpo; poi, ho passato un’angosciante quantità di tempo davanti allo specchio, proprio come faccio durante la mia normale giornata (scherza). Ho letto un libro sullo sviluppo dei bambini, e ho osservato quelli intorno a me nella mia vita, sono rimasto fuori da una scuola elementare, il che era strano. Mi sono anche ispirato molto al mio cane: è una Golden Retriever e ha questa grande innocenza nel modo in cui si muove e guarda le cose.

Ritrai Victor Frankenstein nel suo aspetto e comportamento più come un artista che come uno scienziato. Lo hai basato su qualcuno in particolare?

Del Toro: Victor sogna quella creazione da decenni, quindi il pubblico sa che è una persona esteticamente consapevole. La cosa incredibilmente potente di Oscar è che è naturalmente musicale, e non voglio dire che gli uomini latini danzino meglio, ma è vero (Guillermo è nato in Messico, Oscar in Guatemala). Volevo che Victor seducesse l’intera università e gli investitori, che convincesse Elizabeth, almeno fino a quando non vede i suoi difetti. Era un poeta magnetico, come Lord Byron, una figura alla Paganini che si muove come una rockstar tipo Mick Jagger e può pensare come uno scultore.

Oscar, come sei entrato nella mentalità di questo tormentato personaggio, Victor Frankenstein?

Oscar Isaac: Per me, è buffo perché ho avuto così tanto piacere a interpretare questo personaggio. Ho anche chiesto a Guillermo: “È strano che lo trovi così divertente e gioioso, anche se è così buio e crudele?” E lui mi ha detto qualcosa di veramente interessante, “Forse è perché stai interpretando qualcuno che non ha dubbi“. Quindi per qualcuno come me, sempre pieno di perché e di dubbi, avere il permesso di interpretare un personaggio che non ne ha ed è sicuro fino al midollo… è qualcosa che ho trovato molto piacevole.

Del Toro: Ogni tiranno nella storia dell’umanità non ha dubbi, almeno pubblicamente, e si considera una vittima. Quella è una costante. Dicono, “Povero me, povero me“. E sono mostri, che distruggono la vita di tutti.. Victor per molti versi è come Stan in La fiera delle illusioni (Nightmare Alley).

Cosa ha spinto Frankenstein ad essere così crudele con la sua creazione?

Oscar Isaac: Victor spiega le sue ragioni, il fatto che aveva un papà cattivo, ma la verità è che la crudeltà che ha mostrato alla sua creazione non ha uguali, e non se ne è reso per niente conto. C’è questa cecità, nessun riconoscimento della Creatura come suo figlio, separato da lui, e il fatto che si potesse anche interpretare che avesse riportato in vita come era lui stesso da bambino.

Come interpreti la scena finale in cui finalmente Victor si rende conto del male che ha fatto a suo figlio?

Oscar Isaac: Quello che ho trovato incredibilmente commovente è che la Creatura ha dovuto inseguire suo padre, buttare giù la porta per dirgli, “Ti perdono,” liberandolo da questa maledizione che era destinata a continuare ad andare avanti. Mi piace il fatto che ci sia grazia nella Creatura, anche per qualcuno che è stato così crudele con lui. Avevamo un nome in codice per questo film durante la lavorazione, Padre Prodigo. Il padre è quello che se ne va e poi deve tornare e sostanzialmente chiedere perdono.

C’era un tema simile di un padre che crea un figlio in Pinocchio, il film d’animazione che hai diretto nel 2022 dal classico romanzo italiano del 1883 di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio. Lo vedi riflesso nella tua vita familiare, come figlio, e ora come padre (Del Toro ha due figlie, Marisa e Mariana, con la sua prima moglie Lorenza 1986-2017)?

Del Toro: Sì, nella cultura latina il padre è una figura incombente. Mio padre (Federico) era molto divertente, sapeva far ridere con le sue barzellette, ma era molto severo sull’etica del lavoro, mi ha insegnato la disciplina. Penso che noi tutti siamo il libro che scrivono i nostri genitori, la loro metafora. Ho ereditato la poesia di mia madre (Guadalupe), il carattere divertente di mio padre. Continuiamo dove non potevano o non volevano andare i nostri genitori. Le mie figlie non hanno paura di quello di cui io avevo paura, e hanno paura di quello di cui io non ho paura. Credo che attraverso il nostro lavoro onoriamo la nostra famiglia. Ho finito per fare Pinocchio e Frankenstein fondamentalmente uno dopo l’altro in un momento in cui ho perso mio padre (nel 2018) e anche mia madre (nel 2022), e ho davvero dovuto chiedermi chi fossi perché mi sentivo figlio di nessuno. Il fatto che ciò sia accaduto ha reso entrambi i film più profondi.

Quale messaggio vorresti comunicare al pubblico con il tuo Frankenstein?

Del Toro: Devi stare attento con la poesia, perché se gli dai un solo significato, diventa matematica, diventa chimica. I simboli siano alchemici, dipendono da chi li legge e possono significare molte cose. Quindi, sarei molto esitante a dire che il mio film significa una cosa sola. Credo che ciò di cui vuole  parlare sia l’umanità, credo che il perdono e l’accettazione, che sono molto scarsi in questo momento, ci rendano umani. Alla fine di tutto quello che stiamo passando, chiunque sarà rimasto in piedi, non importa che aspetto abbia, spero solo che sia un essere umano.

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