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Giovani e futuro, due parole abituate ad andare a braccetto ma sempre più separate da una sconsolante idiosincrasia figlia di un mondo che sembra marciare spedito verso la sua fine. Ma come lo vedono davvero il futuro, i giovani d’oggi? Questa è la domanda che tre registi di spessore come Pietro Marcello, Alice Rohrwacher e Francesco Munzi hanno voluto rivolgere ai diretti interessati: il risultato è il film Futura.

Ne hanno parlato a poche ore dalla proiezione ufficiale dell’opera, presente alla Quinzaine des Réalisateurs del 74° Festival di Cannes. Un’inchiesta collettiva nata dall’incontro dei tre a fine 2019: la voglia di realizzare qualcosa insieme ha portato ad «un film al servizio dei giovani», che ha messo al centro proprio l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia.

Futura è un’inchiesta lontana dalla messa in scena di Comencini, ha specificato il regista di Martin Eden Pietro Marcello, perché parte proprio dal presupposto di dare libera voce all’opinione di una generazione che affronta, da dietro le quinte ma pronta a subentrare, un mondo che appare in caduta libera. Ne è venuto fuori un film didattico, che i tre vogliono consegnare al futuro: l’istantanea del presente di uno sguardo proiettato verso un avanti incerto.

I registi, tutti con esperienze documentaristiche alle spalle, hanno voluto «smontare la figura del regista individuo, con un film collettivo che ha i suoi pregi e difetti. Lavorare con gli altri è stata un’esperienza importante: siamo tutti genitori, abbiamo dei figli e quindi abbiamo realizzato un affresco di questi giovani, che si è trasformato nel tempo». Futura infatti è stato girato in piena pandemia, un periodo che ha sollevato domande e dubbi sulla responsabilità degli adulti di oggi verso quelli di domani.

«Abbiamo voluto approcciarci in modo non paternalistico, cercando di capire – ha detto Francesco Munzi in conferenza stampa – La voce di questi ragazzi non si sente, quindi domandare loro del futuro, come lo immaginano, implica ed evoca altre domande che stanno sotto. Quale è il tuo slancio, la tua capacità progettuale, individuale o collettiva?». Le risposte sono state varie: «A volte registravamo attitudini gioiose e vitali, altre volte sentivamo la preoccupazione e l’inerzia. Quando senti questo la domanda ti si rivolge contro: quale è la tua responsabilità di adulto, maestro e insegnante che ha seminato in questo terreno?».

Il ritratto che emerge sui giovani, in Futura, è fatto di chiaroscuri: «È una generazione libera da condizionamenti dualistici – osserva la Rohrwacher – Loro sono molto più liberi, riescono a vedere tante sfumature. Ma in nome di cosa siamo uniti racconta anche cosa siamo riusciti a produrre come società». In un periodo di restrizioni come quello del 2020, questo si traduce nel fatto che per alcune delle ragazze protagoniste del film, a tenere legati i giovani d’oggi sia la legge. «Chiedere del futuro è chiedere dell’immaginario – aggiunge Marcello – la capacità che loro hanno dipende anche da noi. Lavoriamo su questo, sull’immaginario e su quello che l’epoca precedente ci ha lasciato. È un film anche su di noi».

Futura è anche il racconto di due paradossi diversi: da un lato, dà voce ad una generazione abituata a raccontarsi, ma non a riflettere. «Non volevamo sapere le loro storie, credevamo che ci siano molti strumenti che possono utilizzare, non volevamo neanche raccontare la cronaca, ma le loro opinioni. Sono abituati a raccontarsi, ma interrogarsi è più raro», specifica la regista di Lazzaro Felice, che nel 2018 proprio a Cannes ha vinto la Miglior Sceneggiatura (e nel 2014 il Gran Prix Speciale della Giuria con Le meraviglie).

L’altro paradosso, è quello di chiedere la propria idea di futuro a dei giovani cresciuti con la costante minaccia di un’orizzonte dal quale non si può tornare indietro, di una fine dovuta a cambiamenti climatici che incombono e sono già parte del nostro quotidiano. «In questi giovani – ha detto Munzi, regista di Saimir e Anime Nere – abbiamo registrato una grande libertà nella possibilità, un grande immaginario teorico, ma c’è difficoltà ad immaginare il futuro. Stanno dentro un presente, coscienti e connessi, che però non sembra far intravedere altro».

Quella raccontata nel film è «una generazione che si confronta con idea stabilita della fine del mondo. È un paradosso, immaginare il futuro, perché ‘tanto il mondo sta per finire’ – ma per la Rohrwacher non c’è solo sconforto – lo dicono con distacco e ironia, un desiderio di non ribellarsi tanto a quello che ci troviamo davanti, al buio. Loro però portano tanta luce».

Non c’è una sintesi, in questo film collettivo, perché non c’era un vero punto in cui arrivare. «’Non è vero che il fine giustifica i mezzi, i mezzi rivelano il fine‘, diceva Elsa Morante – citata dalla regista della quale è stata appena annunciata una serie tvAver usato questo mezzo, il film collettivo, rivela il nostro fine: uscire dal nostro immaginario e invece che intrattenere, raccogliere e trattenere lo spirito di un epoca».

Ben più drastico invece Pietro Marcello, che già con La bocca del lupo del 2009 aveva dimostrato di voler affrontare di petto problemi e storture del mondo: «Viviamo in un mondo devastato, l’Apocalisse c’è già stata. Ai ragazzi è stato rovinato immaginario. Sono stati derubati, instagram ha preso il posto dell’immaginario. Vedere una parte di questi ragazzi pietrificati fa male».

Alle 18.30 di oggi lunedì 12 luglio, i giovani di Futura si prenderanno Cannes e la Quinzaine des Réalisateurs con la proiezione ufficiale del film, nella perenne e angosciante attesa del momento nel quale gli verrà consegnato il mondo, o quel che ne resterà.

Foto: Istituto Luce

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