A distanza di anni dalla sua conclusione, Game of Thrones continua a essere analizzata come uno dei casi più emblematici di come una serie possa perdere parte della propria identità proprio nel momento decisivo. Le critiche al finale sono state ampie e spesso feroci, ma ridurre il problema alle ultime puntate rischia di essere fuorviante. In realtà, la serie ha iniziato a deragliare molto prima, quando ha ripetuto un errore già commesso da un’altra grande saga fantasy: Il Signore degli Anelli.
Fin dalle prime stagioni, Il trono di spade ha scelto consapevolmente di presentarsi come un racconto politico prima ancora che fantastico. Intrighi di potere, guerre dinastiche, tradimenti e alleanze contavano più di profezie, magia o mitologia. Questa impostazione, almeno all’inizio, ha rappresentato uno dei punti di forza della serie: un fantasy “adulto”, concreto, sporco, capace di parlare a un pubblico che normalmente rifuggiva il genere. Ma quella stessa scelta, portata avanti fino alle estreme conseguenze, si è trasformata in un limite.
Qualcosa di simile era già avvenuto con la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli. Nei film di Peter Jackson, molti elementi magici dei romanzi di Tolkien vengono ridimensionati o eliminati del tutto. Gandalf, pur essendo uno dei Maiar – una figura quasi angelica – utilizza raramente la magia in modo esplicito; Tom Bombadil, personaggio chiave per comprendere la natura del potere e dell’Anello, viene escluso; il soprannaturale resta sullo sfondo, lasciando spazio soprattutto all’epica umana e al coraggio dei personaggi.
Nel caso de Il Signore degli Anelli, questa semplificazione funziona: la storia è già completa, il percorso è chiaro, e la dimensione simbolica sopravvive anche senza essere esplicitata. In Game of Thrones, invece, l’effetto è opposto. La serie HBO parte come un racconto politico, ma promette fin dall’inizio un’escalation mitologica: gli Estranei, le profezie, la magia che ritorna nel mondo, l’idea che il vero conflitto non sia per il Trono di Spade, ma per la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Il problema è che quella promessa non viene mai mantenuta fino in fondo. Man mano che i romanzi di George R.R. Martin diventano più oscuri, strani e simbolici, la serie sceglie di fare marcia indietro. Elementi fondamentali dell’high fantasy vengono eliminati o svuotati di significato: Lady Stoneheart non appare mai, la profezia di Azor Ahai resta irrisolta, la componente mistica di Bran viene ridotta a una funzione narrativa vaga, più utile a fornire informazioni che a esplorare il soprannaturale.
Questa rinuncia pesa enormemente nel finale. Senza una vera costruzione mitologica, la sconfitta del Re della Notte diventa un evento rapido e quasi anticlimatico, privo della portata simbolica che la serie aveva suggerito per anni. Allo stesso modo, personaggi come Euron Greyjoy, nei libri figure quasi lovecraftiane ossessionate dal potere arcano, vengono trasformati in antagonisti più convenzionali, privati della loro inquietante ambiguità.
In altre parole, Game of Thrones ha fatto esattamente ciò che Il Signore degli Anelli poteva permettersi di fare, ma che una storia ancora incompleta non poteva sostenere: ha sacrificato la magia per mantenere un realismo politico che, nelle ultime stagioni, non aveva più nulla di realistico. Il risultato è un finale che appare affrettato e scollegato dalle promesse iniziali, non perché manchino i colpi di scena, ma perché manca il senso profondo di ciò che sta accadendo.
Forse il vero errore di Game of Thrones non è stato come è finita, ma il fatto di non aver mai avuto il coraggio di diventare davvero ciò che aveva sempre annunciato di essere. Un grande racconto fantasy, disposto ad abbracciare il mistero, la profezia e l’elemento “strano” fino alle estreme conseguenze. Rinunciando a questo, la serie ha ripetuto un errore già visto altrove, ma senza la solidità narrativa necessaria per uscirne indenne.
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