Sono le lacrime silenziose delle madri di Srebrenica a raccontare il dramma. Sono le loro urla di dolore, nel tentativo vano di salvare i propri uomini – figli, mariti fidanzati, nipoti – da una morte certa, a descrivere l’efferatezza dietro quel genocidio. «Un crimine senza precedenti» lo definisce lo scrittore e traduttore Silvio Ferrari, nell’introdurre la proiezione di Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić, mostrato in anteprima nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale durante la seconda edizione del Festival Genova Reloaded. Il film narra i fatti che, nel luglio del 1995, portarono all’uccisione di oltre 8mila uomini inermi e disarmati da parte delle bande serbo-nazionaliste di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, chiudendo un assedio durato tre anni.

Una tragedia «non rimovibile» che affonda le sue radici nel passato di una terra, i Balcani, che «producono troppa storia per poterla digerire e vivere in pace», dice Ferrari citando una frase di Churchill. Un conflitto che ha radici lontane, in quella speranza di rivoluzione portata avanti da Tito, che poi si rivelò un fallimento, conducendo a divisione e nazionalismi.

«Un gruppo dirigente che era omogeneo e parlava di fratellanza, si spaccò in modo tale che i vari gruppi si divisero. Chi lo ha vissuto nelle capitali lo ha visto come un fuoco che covava sotto la cenere: quel gruppo unito nel nome della fratellanza ha pensato che solo differenziando, ognuno avrebbe espresso la propria identità». Due le cause maggiori dietro quanto accaduto in Jugoslavia: «L’assenza di un regime di democrazia reale e la modestissima capacità di sviluppo, che ha prodotto la divisione tremenda tra le aree del Nord-Ovest (Slovenia e Croazia), relativamente sviluppate, e quelle a Sud-Est (Macedonia, Bosnia e Serbia) ancora molto più arretrate. Su questo i grandi ideali dell’unità e della fratellanza sono falliti e le popolazioni si sono richiamate a ideali precedenti, che le dividevano», ricostruisce lo scrittore esule giuliano-dalmata arrivato in Italia nel 1948, semplificando una storia complessa, ma sottolineando gli elementi principali che hanno portato alla guerra.

«A Srebrenica la realizzazione degli omicidi è guidata dalla convinzione ideologica dell’ora o mai più: stanno per arrivare i turchi, allora bisogna che li sterminiamo», ritorna sul genocidio descritto dal film. «Quando tu riesci a convincere che non c’è motivo di non farlo, pur dovendo rovesciare ogni forma di umanità, allora vuol dire che hai rovesciato davvero il senso comune».

In quel conflitto non c’erano amici, vicini, conoscenti, colei che era la tua professoressa, il tuo migliore amico; tutti perdevano la loro identità, diventavano estranei e da combattere solo perché musulmani, come narra magistralmente Quo vadis, Aida?. Senza risparmiare il dolore, il film conduce in un dramma che si è consumato sotto gli occhi di un Onu inerme, che non è stato capace di fermare la tragedia.

Quello che è successo a Srebrenica e in Jugoslavia, però, non è un caso isolato. Sono diversi nel mondo i nazionalismi che uccidono e nell’introduzione al film, andando Sulle orme dei rifugiati, oltre a Silvio Ferrari è intervenuto anche Michele Rech, in arte Zerocalcare, che ha sempre accompagnato alla sua attività di fumettista quella di impegno civile. Se in passato aveva raccontato il viaggio che lo ha portato al confine tra la Turchia e la Siria, a pochi chilometri dalla città assediata di Kobanê, oggi è stato nel Nord dell’Iraq: «Dove l’Isis sta perpetrando un massacro contro la popolazione Yazida. Sono state uccise migliaia di donne e bambini e corpi di uomini sono stati ritrovati in fosse comune».

Un conflitto di cui si parla poco e per questo bisogna tenere alta l’attenzione: «Andarci vuol dire tenera alzato il sipario su quanto sta succedendo, la sua chiusura provocherebbe atrocità future».

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