Genova Reloaded ospiti talk politicamente corretto
 

Politically correct, cancel culture e stand-up comedy tutti insieme in un incontro che ha trattato il tema della censura e della libertà di espressione calibrando sorriso e riflessione, grazie all’ironia di chi ha imparato dalla vita – e un po’ dal mestiere – a non prendersi troppo sul serio, senza però sfuggire all’importanza dell’argomento, che è ormai diventato centrale nel dibattito pubblico attuale.

A partire dalle tavole realizzata da Zerocalcare per Internazionale dedicate alle cancel culture con il titolo La dittatura immaginaria, il dialogo tra Diana Del Bufalo, Michela Giraud, Walter Siti e lo stesso Zerocalcare, con Giorgio Viaro, nell’ambito del Festival Genova Reloaded, è andato oltre il dibattito, diventando racconto e a tratti spettacolo, con le esuberanti Del Bufalo e Giraud, attrici comiche che hanno fatto dell’autoironia la loro forza, imparando anche dai propri sbagli: quando la comicità nel suo essere dissacrante a volte può anche ferire.

Ad aprire la discussione il fumettista Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, che racconta la genesi della sua storia a fumetti su Internazionale: «Questa litania sul fatto che non si potesse più dire nulla, del politicamente corretto, e la maniera in cui veniva raccontata mi pesava molto, perché a mio avviso non corrisponde minimamente a quello che succede in Italia, dove mi sembra che tutti possano dire tutto, e nessuno ne paga le conseguenze se non con qualche critica sui social. Quindi ho pensato attraverso questo fumetto di mettere in fila dei pensieri in maniera strutturata».

Dall’altro lato del dibattito Walter Siti, scrittore e critico letterario modenese, premio Strega con Resistere non serve a niente (Rizzoli) e finito al centro della bufera per il libro Bruciare tutto (Rizzoli), che racconta la storia di un prete pedofilo, che aveva dedicato a don Milani. Una dedica che ha sollevato non poche polemiche e richieste di ritrattazione, ma come spiega Siti: «Quando scrivi non puoi mettere in conto quello che le persone diranno, perché devi scrivere quanto ti viene dettato in fase di creazione del libro», da quella che lui definisce, «un entità superiore, che non so chi sia», e che potremmo leggere come l’ispirazione, il flusso di idee e storie che ci sono dietro un romanzo. «In quanto scrittore devo fare le cose senza pensare alle conseguenze, ma nel momento in cui esce il romanzo bisogna accettare quello che ne consegue, anche se questo vorrebbe dire andare in galera», dice estremizzando.

Il suo è un discorso che guarda al dibattito pubblico dal punto di vista di chi fa letteratura: «La comunicazione regola i rapporti degli uomini fra di loro ed è una cosa diversa della letteratura», che racconta le storie in cui i personaggi possono anche essere scomodi e politicamente scorretti, ma per essere compresi e non censurati vanno guardati nel contesto storico e sociale in cui si muovono e quindi è la spiegazione che in quel caso diventa fondamentale. Secondo Siti dietro questo eccesso di politicamente corretto c’è anche una visione diversa della persona: «Da un po’ di tempo è come se si considerassero le persone come più bisognose di protezione, persone fragili che devono essere protette, ed è una cosa abbastanza nuova. Quando ero giovane io, l’accento era sull’avventura, sul cercare di rovesciare il mondo esistente. Questa nuova visione, invece, porta a medicalizzare i sentimenti».

Ma il modo in cui si usano le parole rimane il nodo fondamentale e Zerocalcare fa un distinguo: tra le persone in generale, che quotidianamente intessano discussioni per strada o al bar, dove il linguaggio ha bisogno di tempo per affinarsi e abituarsi a nuovi termini, e chi invece lavora con le parole: «Penso che chi scrive, come me, deve usare la parola con consapevolezza, il che non significa che si deve censurare o sterilizzare la lingua, ma scegliere le parole giuste».

Spesso sui social le parole diventano macigni e anche quelle che possono essere considerate battute vengono enfatizzate e si trasformano in armi da scagliarti contro. Lo sa Michela Giraud – attrice di stand-up comedy e concorrente di LOL, show di Prime Video – che dopo un tweet in risposta alla cantante Demi Lovato è stata sommersa dagli hater: «Non sapevo cosa volesse dire “non binaria”», riprende un discorso per cui si è già scusata molte volte, «non sapevo di aver fatto una battuta a tema lgbtq+», ripete dal palco di Genova Reloaded, raccontando una storia che ha preso i contorni della stand-up comedy. «Sto imparando a gestire una comicità come la mia che è fraintendibile, ma chi ha la pazienza e la sensibilità di capire chi sono, sa che non sono transfobica». I social, i fraintendimenti e la comicità che per convivere con questa nuove sensibilità deve usare sempre più l’intelligenza: «Sono nuove sfide che con l’uso delle parole giuste e l’intelligenza cercherò di affrontare», promette.

Per Diana del Bufalo – attrice, comica, nota al grande pubblico per la fiction Che Dio ci aiuti con Elena Sofia Ricci, e entrata nel mondo della tv nel 2010 come cantante del talent Amici, molto attiva sui social – la comicità dev’essere libera, ma con dei distinguo: «La comicità di Charlie Hebdo sul disastro di Amatrice, ad esempio, non l’ho trovata divertente. A me piace l’umorismo demenziale, ma ci sono certi argomenti che non possono affrontare tutti i comici, ma da chi ha la sensibilità per farlo, per cultura o vissuto», è la sintesi di un dibattito che Del Bufalo ha anche portato sul tema dell’autoironia, fondamentale arma per affrontare gli hater e anche il proprio giudizio. Smontato il palco del dibattito, tra il colonnato del Cortile Maggiore di Palazzo Ducale è stato proiettato il film in concorso, Palazzo di Giustizia di Chiara Bellosi con Daphne Scoccia.

Foto: Photoa3200iso

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