Clooney a Venezia 74 presenta Suburbicon

Con la consueta ironia ed eleganza, George Clooney è approdato alla Mostra del cinema di Venezia, festival del quale è uno storico habitué, per presentare Suburbicon, nuova fatica da regista del divo americano tratta da una sceneggiatura che due suoi amici molto speciali, i fratelli Coen, ebbero modo di scrivere nel lontano 1985, subito dopo aver diretto la loro opera prima Blood Simple.

Una storia macabra e caustica, immersa nella provincia americana più viscida: una vicenda messa in moto da un gruppo di persone che si presenta fin da subito, all’apparenza, come una classica famiglia americana, solo leggermente disfunzionale. Figli degli Stati Uniti socialmente disgregati, che piuttosto che andare avanti regrediscono e si paralizzano su vecchi demoni e paure. Un’America spaventosamente sintonizzata sull’attualità dell’era Trump, come dimostrano i recenti scontri a Charlotteville, in Virginia, con protagonisti i suprematisti bianchi.

Suburbicon prende però vita in un luogo simile a Levittown, città della Pennsylvania per soli caucasici creata dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella quale troviamo, nell’estate del 1959, Gardner Lodge (Matt Damon), capo famiglia  anonimo e mesto che vive con la moglie Margaret (Julianne Moore), la sorella gemella di lei Rose (sempre Moore) e il figlio Nicky (Noah Jupe): alcuni di loro tenteranno di mettere in atto un piano criminale tanto disgustoso quanto ridicolo. «La genesi del copione – rivela Clooney – ha preso il via dalle tante cose sentite in campagna elettorale in America, dai discorsi sul costruire un muro contro le minoranze. Ogni tanto la Storia deve ricadere in quest’idea, purtroppo, accade ciclicamente».

 «Quando si parla di rendere di nuovo grande l’America – continua l’attore – proprio come negli anni ’50 di Eisenhower il cui modello era un uomo bianco e forte, si dimenticano quei tanti problemi che bisognerebbe affrontare dando loro priorità, a cominciare dalle questioni razziali sempre evitate. La famiglia della stesura originale della sceneggiatura dei Coen aveva solo dei pazzi che si uccidono, non c’era la famiglia afroamericano che arriva all’inizio. Non ho messo nel cassetto questo script aspettando Trump, nel film ci sono elementi che abbiamo sempre visto in America».

«Il Paese in questo momento non è mai stato più arrabbiato – precisa Clooney con un pessimismo che lui stesso provvede subito a stemperare – è a un livello di tossicità elevatissimo, c’è come una nube, sull’America. Io però credo nei giovani, nelle istituzioni, nel lavoro della magistratura. Sono cresciuto negli anni ’60 e ’70 quando i diritti civili iniziavano a farsi largo e la segregazione andava scomparendo, si pensava che ci sarebbe liberati da tutto ciò dopo il peccato originale della schiavitù ma non è stato così. Continuiamo a biasimare le famiglie afroamericane ma non hanno nulla a che fare con i nostri problemi. Mettere una famiglia così pazza al centro della Storia mi sembrava pertanto giusto, oggi, visto che si tratta di persone che guardano semplicemente nella direzione sbagliata».

Per Matt Damon, star assoluta di questa edizione della Mostra di Venezia dopo l’apertura con Downsizing, si tratta di un ruolo da cattivo totale, per lui del tutto inedito, data la sgradevolezza irrespirabile del suo personaggio. «Matt Damon nel film ha una lucida follia, senz’altro! Non l’ho mai visto in una parte così crudele!», dice Clooney. Gli fa eco il diretto interessato: «Prima di guardare il ruolo guardo il regista: Payne mi ha detto che gli piacevo per Downsizing perché sembro un americano medio, ho un aspetto ordinario, e anche a George sono stato utile in questo senso, anche se per tutt’altri scopi!».

Rispetto al cinema dei fratelli Coen, in Suburbicon c’è uno scarto sostanziale: dall’idiozia alla mostruosità vera e propria. Anche i due balordi non sono certo i criminali di Fargo, capolavoro del duo di Minneapolis, sono due bastardi veri e propri, senza alcuna ironia da buddy movie che li addolcisce.  Quando lo facciamo notare a Clooney, l’attore glissa e scherza ma poi arriva dietro al punto: «In realtà penso siano persone carinissime! Scherzi a parte, i mostri si formano perché fanno degli errori stupidi, un piano che non è il migliore del mondo e ogni biforcazione che prendono scelgono la strada sbagliata. Non è stupidità, ma necessità. Diventano mostri alla fine, quando Matt si siede con suo figlio ad esempio, ma non erano mostri all’inizio. I mostri, come dice Julianne, sono creati dalle scelte che facciamo. I Coen probabilmente non avevano voglia di tornare a queste atmosfere tanti anni dopo averlo già fatto».

Julianne Moore, invece, ha parole estremamente positive per il suo regista: «George ha fatto un lavoro splendido e sul set ti accorgi di quanto talento riesca a convocare intorno a lui, dal compositore, Alexandre Desplat, al direttore della fotografia, Robert Elswit». Nel ruolo dell’assicuratore c’è infine un fantastico Oscar Isaac, un personaggio untuoso, divertente, cruciale per il finale della storia rigorosamente intinto nel sangue: «I Coen volevano farlo fare a me nel 1999 quando hanno provato a fare davvero questo film, tra l’altro senza mai riuscirci, ma a me è venuto in mente proprio Oscar, che ho visto in Ex Machina: è un attore fantastico. Dirigersi da soli non è proprio la condizione migliore». Julianne Moore non potrebbe essere più d’accordo: «Oscar è un interprete meraviglioso, riempie la sua parte in modo bellissimo».

Foto: Getty Images

Qui la nostra sezione dedicata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia.

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