Ormai lo sapete: si è tenuto a Tokyo un grande evento per lanciare il primo full trailer di Ghost in the Shell, il film live action dedicato alla creatura di Masamune Shirow, già trasformata in un anime di culto da Mamoru Oshii.

Presso il club Tabloid, vicino all’oceano, nella zona di Roppongi, lo show è iniziato con la presentazione dell’auto ufficiale del film, e l’esibizione di costumi e armi (vedi la galleria fotografica). Poi un lungo party dominato da uno schermo che trasmetteva in loop alcune clip già rilasciate nelle settimane scorse (guarda i video).

Proprio nel mezzo, una presentazione durata circa una mezz’ora, durante la quale il regista Rupert Sanders e i protagonisti Scarlett Johansson e Takeshi Kitano, hanno parlato del film. Nell’arco di questi trenta minuti sono state mostrate anche due clip del film in esclusiva e in anteprima mondiale.

Prima di ricapitolare quanto visto e sentito, una breve premessa. Ghost in the Shell racconta le indagini del Maggiore Motoso Kusanagi (Scarlett Johansson), che opera all’interno della Sezione 9, dedicata ai crimini informatici e in particolare al controllo dei cyborg, in una metropoli del XXI secolo. Il maggiore è esso stesso un cyborg, ovvero un essere umano convertito in una creatura meccanica in seguito a un drammatico incidente. I cyborg si distinguono dai robot per la presenza del “ghost”, in pratica l’anima, che è estranea ai processi di calcolo.

Quasi tutte le immagini mostrate finora (compreso il trailer, che potete vedere qui), sembrano indicare una estrema corrispondenza tra il film di animazione e questo live action. Tuttavia Sanders ritiene l’operazione “non un remake, ma una nuova elaborazione di un universo noto. Quello che mostriamo nel trailer doveva servire a rassicurare i fan che non si sarebbe trattato di una grossolana operazione commerciale, mantenendo dei punti di contatto col già noto”.

E aggiunge: “Abbiamo cercato di mantenere il film violento e duro per quanto ce l’ha consentito il rating previsto dalla produzione (PG-13), e in questo ci ha aiutato il fatto che i cyborg hanno il sangue bianco, quindi abbiamo potuto spingere un po’ in quella direzione…”.

Riguardo alla scelta politicamente discutibile della Johansson come protagonista (che è costata le ormai consuete accuse di whitewashing), Sanders dice: “Al di là delle ragioni di marketing, ritengo che sia la migliore attrice della sua generazione. L’ho amata in Lost in Translation e Under the Skin, trovo che conservi una certa durezza nella sua bellezza, che è perfetta per il Maggiore. Allo stesso tempo è riuscita a dare le giuste sfumature di umanità al personaggio: il film ha naturalmente una trama investigativa, ma direi che la sua natura è quella di un coming of age”.

Dopo una prima clip in cui vediamo il personaggio di Takeshi Kitano, Aramaki, salvarsi dall’aggressione di tre sicari riparandosi con una valigetta, e poi freddarli a uno ad uno (e pare di stare in uno yakuza movie…) sotto la pioggia, arriva sul palco l’attore giapponese. Il tenore del suo intervento è naturalmente di tutt’altro genere, ed è sostanzialmente scherzoso. Beat Takeshi dice di aver accettato solo dopo aver avuto la garanzia che non avrebbe dovuto recitare in inglese (e infatti nel film è l’unico tra i protagonisti che parla in giapponese, sottotitolato) né imparare le battute, venendo altresì assistito da suggeritori e cartelli sul set. Inoltre dice che i molti viaggi in giro per il mondo per completare le riprese hanno rischiato di ucciderlo. Infine aggiunge: “Con il budget di un film così, io ne giro 100: ma questa, si sa, è Hollywood. E il lavoro fatto sul design è fantastico”.

A questo punto parte la seconda clip, con Scarlett nei panni del Maggiore che interroga un cyborg sotto custodia della Sezione 9. Nella prima parte dell’interrogatorio, il cyborg sembra spaesato e ingenuo, mentre nella seconda acquista improvvisamente coscienza di sé e sicurezza, evidentemente manovrato – come ben saprà chi ricorda l’anime – da un misterioso ghost di ordine superiore…

La Johansson sale quindi sul palco, che per accoglierla si apre letteralmente in due. Subito ricorda quanto è legata alla città – “Quando ho girato Lost in Translation avevo 17 anni e non mi conosceva nessuno, per me tornare qui è come tornare a casa” -, e ribadisce quanto anticipato da Sanders: “Il film è di base un coming of age, una storia di crescita e presa di coscienza. In particolare parla di perdita dell’innocenza, e della rinascita che da essa può derivare. Mi sono spinta fino al limite delle mie capacità, mettendomi molto in discussione”. Non un semplice film d’azione dunque: “Beh, spero che chi affronterà la corsa del film la troverà non soltanto esplosiva, ma anche carica di spunti di riflessione, e che in particolare possa spingere le persone a ripensare se stesse”.

gits

Foto HP: Roberto Recchioni

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