È una storia d’amore davvero insolita quella che ci offre Giuseppe Tornatore con La migliore offerta il suo nuovo film in uscita domani 1 gennaio. Insolita per via della differenza di età dei due protagonisti, Geoffrey Rush e Sylvia Hoeks, nel film rispettivamente un sessantatreenne e una ventisettenne; insolita per come nasce, grazie alla valutazione di un patrimonio di prestigio; insolita per le manie di entrambi: agorafobica lei, solitario lui; insolita per le sfumature da noir che punteggiano tutta la storia: chi è davvero questa fragile ragazza? Abbandonate le assolate immagini di Baaria, insomma Tornatore si è lanciato in un’avventura totalmente diversa ben confezionata (il maestro Morricone ha scritto le musiche ma altri grandi come Maurizio Millenotti e Fabio Zamarion hanno pensato a costumi e fotografia) ed elegante come i movimenti di macchina usati dal regista siciliano in tutto il film. Tante sontuose location della Mittleuropa, un cast internazionale che oltre a Rush include Jim Sturgess e Donald Sutherland e un budget di tutto rispetto per l’Italia come 14 milioni di euro, per un’opera ambientata nel mondo dell’antiquariato e delle case d’aste. Come ha raccontato in conferenza stampa lo stesso Tornatore a Roma: «Mi sono divertito a distillare il concetto di vero e falso in una storia che mi intrigava, nata dalle ceneri di due potenziali film molto diversi tra loro, che mi piacevano ma che non riuscivo a compiere. Poi sovrapponendoli ho trovato quello che cercavo: è stato un lavoro di artigianato cinematografico, non mi sentivo di fare un film sui temi filosofici di amore, arte e bellezza. M’interessava la gioia della narrazione in sé. Di certo ci saranno dei rimandi a temi a me cari, penso a quello dello spazio che qui ho trattato indirettamente rispetto, ad esempio, a quanto fatto ne La leggenda del pianista sull’oceano, ma non mi sono ispirato a nessuno per questo film, o non lo avrei fatto: mi piace la sua linearità che nasconde una complessità, un intrigo, che non respinge un pubblico vasto che al cinema chiede solo di essere sorpreso per 2 ore».

Il film non parla del mondo dell’arte, quella è solo la cornice. Perché questo titolo allora?

Tornatore: Mi sono documentato sul mondo delle aste perchè mi aveva colpito la scoperta che a volte un’opera non ha una base d’asta, talvolta sono opere non particolarmente importanti la cui base viene delegata ai gusti del pubblico: il fatto che ci sia qualcosa venduto al buon cuore degli altri mi aveva colpito. Un fatto strano se si considera che, per fare un altro esempio, nel gergo delle gare d’appalto la migliore offerta è invece la più bassa. La geometria del prezzo migliore mi ha affascinato.

Si è avvalso di un grande attore come Geoffrey Rush (intervenuto in conferenza via collegamento satellitare dall’Australia dove è impegnato a teatro). In che modo avete costruito il personaggio?

Tornatore: Virgil Oldman era già così nel copione ma con Geoffrey ci siamo divertiti con le manie ad esempio ha dovuto imparare a fare tutti con i guanti perché Virgil non tocca nulla senza. Ne abbiamo fatte fare molte paia di una pelle leggera per fargli muovere bene le dita.

Una domanda per Geoffrey Rush, che lei ha definito preciso come Marlon Brando e simpatico come Marcello Mastroianni. Come si è trovato a lavorare con Tornatore e come lo descrive?

Rush: A me non l’ha mai detto niente di Brando e Mastroianni! Al massimo mi ha dato del Bob Hope cosa che ho preso come una lode. Come regista Giuseppe è fantastico ha un concetto forte e intuitivo di come deve essere la storia anche in termini di location: alcune le ha rifiutate perché la porta era nel posto sbagliato rispetto a come se la immaginava lui nella scena. Lavorando con lui scopri che il film è una partitura complicata in cui tutti gli elementi che lui ha pensato devono funzionare perfettamente. La migliore offerta è come una piéce teatrale ha scene di dialogo molto intense e situazioni rarefatte e complesse come quando Virgil vuole vedere Claire ma non può perché è rintanata dietro una parete. Sylvia e io abbiamo fatto molte prove per scoprire la dinamica nascosta di queste scene: lei è una di quelle attrici divine e coraggiose che lasciano che la macchina da presa le avvicini, io invece sono un attore del 19° secolo che preferisce avvicinare lui la cinepresa. Il film ha una struttura complessa e ho detto a Giuseppe che sarebbe divertente anche per il pubblico poter analizzare i 2 livelli di costruzione. Magari nelle versione dvd, dopo averlo visto una prima volta, uno può decidere di rivedere le singole scene cogliendo con spiegazione doviziosa tutti i particolari. Tipo quei videogame dove mettono piccole sorprese che non rivelano subito il gioco ma quando li rivedi puoi mettere insieme tutti i pezzi che ti erano sfuggiti. Un po’ come nella vita vera: non si colgono mai tutti gli aspetti di quello che ci accade mentre ci accade.

Quanto alle musiche collabora da lungo tempo con Morricone potete dirci in che modo procedete?

Tornatore: Gli faccio leggere prima la sceneggiatura e poi ci confrontiamo sui temi portanti. Per questo film ha composto una trentina di madrigali, uno per ciascun quadro caro a Virgil, e poi ne abbiamo estratti dei pezzi.

Senza svelare nulla del finale, a noi non è sembrato tanto drammatico. Che intento aveva?

Tornatore: L’ho sempre vissuto come non tragico: Virgil vive una trasformazione che lo rende più umano senza più nessuna ossessione. In più dimostra di avere un incrollabile fede verso chi si ama, non importa cosa abbia fatto quella persona. Mi sembra più positivo del classico happy end.

In questi giorni si parla molto di crisi degli incassi dei film di Natale. Qualcuno ha dato la colpa alla pirateria. Che ne pensa?

La pirateria è il nostro cancro, se la si potesse annullare il nostro mondo rinascerebbe miracolosamente. Questo Natale però si è rivelata non vera la leggenda circolata per troppo tempo e cioè che in tempi di crisi il cinema non subisce scossoni. Lo sentivo dire anni fa con la spiegazione che ‘il cinema è il passatempo più economico’ non è così. O forse il biglietto ora si fa sentire troppo. Il punto vero è la produzione tutta uguale. Le commedie che una volta andavano solo a Natale ora si fanno tutto l’anno e si chiude sempre di più l’arco espressivo, quando sarebbe bello lasciare ampio ventaglio alle possibilità: solo questo rende forte una cinematografia anche in momenti di crisi. Chi ne fa le spese è il cinema d’autore che in più in Italia ha sempre faticato ad avere rapporto col pubblico perché si pensa ancora che d’autore significhi non per il pubblico, un grande errore. Per me un film popolare, interessante e fatto bene che magari affronta con le risate temi importanti è cinema d’autore. Forse bisognerebbe ridiscutere queste categorie che non stanno più in piedi e fanno solo male al cinema.

 

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