Gli insoliti sospetti di Bart Layton, intervista al regista di American Animals
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Gli insoliti sospetti di Bart Layton, intervista al regista di American Animals

Arriva il 6 giugno al cinema la storia (tragicomica e verissima) di American Animals, metà documentario, metà fiction e, soprattutto imperdibile. Ne abbiamo parlato con il regista Bart Layton

Gli insoliti sospetti di Bart Layton, intervista al regista di American Animals

Arriva il 6 giugno al cinema la storia (tragicomica e verissima) di American Animals, metà documentario, metà fiction e, soprattutto imperdibile. Ne abbiamo parlato con il regista Bart Layton

A meno che non siate appassionati di cronaca americana, i nomi di Warren Lipka, Spencer Reinhard, Chas Allen ed Eric Borsuk non vi diranno probabilmente nulla. I quattro sono ex studenti della Transylvania University a Lexington, Kentucky, che nel 2004 organizzarono una rapina alla biblioteca della loro università allo scopo di intascarsi una collezione di libri rari. Il colpo non andò a buon fine, e i quattro vennero mandati a scontare qualche anno in galera, nell’indifferenza generale; la loro vicenda sarebbe potuta rimanere una nota a pie’ di pagina, se non fosse che Bart Layton, documentarista inglese che ha esordito nel 2012 con il bellissimo The Imposter, l’ha scoperta e ha deciso di farci un film. Che si chiama American Animals, arriva in sala dal 6 giugno ed è un quasi-documentario, che inserisce momenti-verità – in cui Layton intervista i veri protagonisti – all’interno di una narrazione cinematografica con il ritmo travolgente di uno heist movie. Un calderone di spunti tenuto insieme dai quattro protagonisti (citiamo in particolare i due mattatori Barry Keoghan ed Evan Peters) e soprattutto dalla mano fermissima di Layton – alla regia, dove dimostra stile e talento, e alla sceneggiatura, a orologeria. L’abbiamo incontrato all’ultima Festa del Cinema di Roma.

Cosa ti ha colpito di questa storia?
«Ho letto qualcosa a riguardo e ho pensato che fosse una vicenda assurda, ma c’erano molti dettagli che non mi tornavano. Il mio primo istinto è stato quello di trovare risposte, e di capire perché questi ragazzi avessero fatto quello che hanno fatto. Non stiamo parlando di una normale rapina: il bersaglio era inusuale, e gli autori non erano “i soliti sospetti”, ma ragazzi bianchi e privilegiati. Sono partito da queste considerazioni e ho deciso di contattarli; abbiamo instaurato una corrispondenza e le loro lettere mi hanno stupito: più le leggevo più mi rendevo conto che la loro è la storia di quattro ragazzi in cerca di un’identità, in conflitto con la loro mascolinità e con un disperato bisogno di sentirsi speciali».

American Animals vive in bilico tra il lato documentaristico e quello di finzione: come hai fatto a trovare un equilibrio?
«Verità e finzione sono due facce della stessa medaglia; sapevo che c’era il rischio di esagerare in una delle due direzioni e rovinare l’equilibrio, per questo ho letto e riletto le loro lettere e le interviste che hanno rilasciato nel corso degli anni».

Il risultato è che i protagonisti non provano mai a giustificare le loro azioni, sembrano solo un po’ scemi.
«Be’, non avrei mai permesso loro di usare il film come piattaforma per le loro scuse. Però parliamo di esseri umani, che hanno fatto un grosso errore e ne hanno pagato il prezzo, ma che hanno una storia da raccontare e che sentono la necessità di spiegare quello che hanno fatto, anche per mettere in guardia altri ragazzi – molta gente ha cominciato a far vedere il film nei licei, che mi sembra una cosa bellissima».

Quando hai deciso che nel film volevi i veri protagonisti di questa storia?
«Subito, perché ho capito che il film senza di loro avrebbe perso mordente. La loro è una storia piccola, e se mi fossi limitato a romanzarla ne sarebbe uscita una commedia classica; da qualche parte nel mondo c’è una versione di questo film che è molto più commerciale, alla Jonah Hill, in stile 21 Jump Street – che a me non interessa».

La moltiplicazione dei punti di vista e le discrepanze nei racconti dei “rapinatori” rendono il film (anche) una riflessione sull’arte di raccontare.
«Uno dei miei obiettivi era spiegare come una storia vera può venire cambiata e “hollywoodizzata”. Ecco perché all’inizio c’è quella scritta (“This is not based on a true story. This is a true story”): molti film oggi si aprono con “basato su una storia vera”, e per me sono cose che non hanno senso, esagerazioni fatte ad arte perché Hollywood sa che alla gente piacciono le storie vere. American Animals invece racconta anche come queste “storie vere” vengono manipolate e trasformate in narrazione».

Hai detto che ciascuno dei quattro ti ha raccontato i fatti in maniera differente: è solo questione di memoria o hai avuto l’impressione che ognuno di loro stesse spingendo la sua versione?
«Un po’ tutte e due le cose: sicuramente alcuni elementi dei loro racconti sono inventati. Warren in particolare (interpretato nel film da Evan Peters, ndr) si vedeva come uno sceneggiatore, voleva che la loro vita diventasse un film; diceva che questa rapina era il loro Fight Club, qualcosa di privato che li avrebbe resi migliori. Ci sono molti altri dettagli che i ragazzi non si ricordano bene, e la cosa curiosa è che molti di questi sono stati rimpiazzati da quello che hanno visto nel film».

Capita in effetti di convincersi di qualcosa che non è in realtà mai successo.
«Non è mica stato Trump a inventare il concetto di “fatti alternativi”?».

Credi che in un panorama di questo tipo la gente sia attratta dai documentari perché è in cerca di verità?
«Raccontare la verità aiuta con la sospensione dell’incredulità; American Animals racconta una storia con lo scopo di dimostrare quanto sia assurda. Qualcuno mi ha detto che dire “basato su una storia vera” ti fa guadagnare un 20% di approvazione da parte del pubblico. La scorsa settimana ero a Los Angeles e tutti i film che mi hanno proposto erano “basati su una storia vera”. Credo che la gente, in quest’epoca di Trump e Brexit, abbia fame di autenticità: sono anni d’oro per il documentario».

American Animals è un film paradossale, dove i protagonisti agiscono guidati dal caos. Credi che sia un modo per far sentire meglio il pubblico?
«È possibile, ma la verità è che questo atteggiamento è da sempre parte della cultura britannica. In Inghilterra siamo molto più a nostro agio nel vederci come degli idioti, in America invece si sentono tutti eroi. Pensa alle soap opera: quelle USA parlano di gente ricca a cui guardare come aspirazione, le nostre invece hanno come protagonisti i poveracci, perché gli spettatori sperano che la loro vita sia migliore. È una differenza culturale enorme, a noi inglesi piace riderci addosso».

Eppure c’è una qualità quintessenzialmente americana dietro la vicenda di questi quattro rapinatori.
«Sicuro, American Animals è una storia americana vista con una lente europea. Nei film americani serve sempre l’happy ending, e soprattutto una motivazione: pensa per esempio a Ocean’s 11, dove George Clooney rapina Andy Garcia perché questo gli ha rubato la moglie, o pensa a tutti quegli heist movie dove i protagonisti compiono la rapina perché vogliono fottere il sistema, e rendono facile empatizzare con loro. Questi ragazzi invece non avevano alcuna buona ragione per fare quello che hanno fatto, erano solo ragazzi perduti e io così li ho voluti ritrarre. Quindi sì, è una storia americana raccontata all’inglese».

Dopo aver corrisposto con loro, pensi di poter affermare che hai capito perché hanno fatto quello che hanno fatto?
«Credo di sì, e credo che ciascuno avesse una ragione diversa. Di sicuro tutti e quattro volevano distinguersi. Per esempio, il problema di Spencer, l’artista del gruppo, è che non aveva problemi, e gliene serviva uno per alimentare la sua arte. Più che una rapina sembra un esperimento esistenziale, un gesto situazionista».

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