Anche dopo la visione in anteprima qui al New York Film Festival, il nuovo film di David Fincher rimane un mistero. L’amore bugiardo (Gone Girl) è un oggetto poliforme, stratificato, pericolosissimo da maneggiare. Come al solito il regista di Seven e Fight Club si muove sinuoso tra le pieghe dei generi, ribaltandoli dall’interno per arrivare a un solo, unico obiettivo: raccontare la crisi (anzi, la dissoluzione?) dei fondamenti della società contemporanea. Adoperando il best-seller di Gillian Flynn stavolta Fincher prende di mira il rapporto di coppia, ma lo fa con un’audacia stilistica e contenutistica inaudite, forse addirittura eccessive anche per le sue enormi capacità di cineasta. L’amore bugiardo infatti si propone come una sorta di caleidoscopio, il quale può essere visto da diverse angolazioni, spezzettato in svariati toni che si intersecano a formare un puzzle affascinante e insieme superficiale. Un film che parte strizzando l’occhio ad Alfred Hitchcock e finisce invece con degli echi quasi surreali, che ai cinefili dalla memoria più longeva ricorderanno magari La guerra dei Roses di Danny De Vito.

In una maniera personalissima, Gone Girl è il film di Fincher che forse più si avvicina al cinema si Kubrick nell’utilizzo degli attori. Ben Affleck e Rosamund Pike sono infatti due marionette brechtiane nelle mani dell’autore-burattinaio: perfette eppure statiche, ipnotiche eppure respingenti. Il risultato è clamorosamente straniante: durante le due ore e venti di durata del film non si riesce a prendere mai posizione precisa, non si parteggia mai veramente per Nick o Amy, perché le due figure rimangono sempre distanti, non codificate, anti-catartiche. Ed è questo forse il vero difetto del lungometraggio: a prescindere dalla sua natura, malvagia o eroica che sia, un personaggio deve suscitare sentimenti nel pubblico. Ne L’amore bugiardo invece l’unico appiglio emotivo, e neppure troppo sostanzioso, lo forniscono figure di contorno come la sorella confusa di Nick o il poliziotto che conduce le indagini, efficiente ma limitato.

Rispetto al romanzo della Flynn Fincher compie un’opera di adattamento spiazzante. Pur rimanendo quasi del tutto fedele al testo originale il regista raffredda esplicitamente la prima metà (a nostro avviso un errore soprattutto per quanto riguarda la figura di Amy) e spezia maggiormente la seconda, con trovate soprattutto estetiche che valorizzano io lato grottesco della vicenda. Il risultato è un ibrido che alterna momenti di cinema altero e raggelato – notevolissima come sempre sotto questo punto di vista la fotografia di Jeff Cronenweth – ad altri di comicità nerissima e velenosa.
Non siamo di certo di fronte a una delle opere più compiute di David Fincher, sicuramente a una delle sue più ambiziose. Invece della sua solita sinfonia cinematografica capace di fondere con potenza espressiva visioni anche contrastanti, con L’amore bugiardo l’autore ha realizzato una partitura stridente, cacofonica, impossibile da bollare come film sbagliato ma neppure capace di essere amata fino in fondo.

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