La crisi finanziaria del 2008 è una specie di Vietnam economico che gli americani hanno cominciato a elaborare in forme creative, e che nella sua ricaduta globale continua a riguardare i portafogli di tutti. Nel 2011 Inside Job aveva vinto l’Oscar come miglior documentario, e lì dentro c’era già tutto quello che serviva sapere, spiegato con brio e semplicità (qui ne trovate un veloce riassunto, che può essere una guida veloce per capire di cosa parliamo).

Poi era venuto Margin Call, di J.C. Chandor, che prendeva un aspetto particolarmente vomitevole della questione, ovvero la truffa perpetrata dalle banche appena la bolla delle obbligazioni immobiliari era scoppiata, con broker che avevano passato la notte a vendere titoli spazzatura prima che la notizia si diffondesse, truffando consapevolmente gli investitori.
Adesso La grande scommessa sceglie un altro pezzettino di quella storia, raccontando di un uomo, Michael Burry, gestore di un fondo, che aveva investito tutto il denaro a sua disposizione per creare un prodotto finanziario e poi acquistarlo lui stesso dalle banche. Il prodotto si chiamava CDS e sostanzialmente era un’assicurazione contro il sistema, ciò significa che il valore del fondo di Burry sarebbe esploso se il sistema fosse crollato, cosa che all’epoca nessuno credeva possibile.

Come già si intuisce da quanto scritto sopra, la materia non è semplice, e la premessa è che siamo di fronte a una commedia sofisticata, di due ore e dieci, in cui i protagonisti parlano costantemente di mutui, obbligazioni, derivati, derivati sintetici, eccetera. Il film propone quindi un baratto, richiede l’attenzione dello spettatore su questioni non semplicissime e gli dà in cambio grandi attori (Gosling, che è anche il narratore; Bale, il genio che crea i CDS; Pitt, ex broker che si è ritirato a vita privata; Carell, banchiere che risale di persona alle origini del pasticcio), caricature misurate, gag di qualità e una serie di “pop-up” meta-narrativi, in cui alcune guest star come Margot Robbie e Selena Gomez spiegano in parole povere i termini tecnici.

Manca un po’ il privato di questi squali della finanza, sappiamo qualcosa di Barry e del suo occhio di vetro in un veloce flashback iniziale, mentre vediamo la moglie (Marisa Tomei) di Mark Baum (Carell) tre o quattro volte, scopriamo che l’uomo ha problemi di gestione della rabbia e un trauma legato alla morte del fratello. Ma niente di tutto questo va mai davvero a fuoco, tutto il film è una corsa a rotta di collo verso il disastro, e resta la maggior parte del tempo dentro gli uffici, quelli improvvisati dei pesci piccoli e quelli di vetro delle grandi istituzioni finanziarie. Forse questo è l’unico piccolo limite, nonostante l’ottimo intrattenimento l’intento didascalico è sempre in primo piano, cioè non ci si dimentica mai delle ragioni del film in favore di quelle dei personaggi.

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