Giovedì 3 ottobre arriva nelle sale italiane Gravity. Sono ormai mesi che ne parliamo, compresa la presentazione al Comic-Con di San Diego dello scorso luglio e l’anteprima al Festival di Venezia di inizio settembre, ma la prova del box office è in programma soltanto nei prossimi giorni.
Qui in redazione il film ha colpito tutti, pur con qualche riserva. Abbiamo quindi raccolto i pareri di alcune delle firme di Best Movie, per darvi un quadro più completo di pregi e difetti del film. Di sicuro, questo ci sentiamo di garantirvelo, Gravity non vi lascerà indifferenti.

PRO GRAVITY, senza riserve

Giorgio Viaro
Ogni tanto vale la pena fermarsi a guardare. Chi per mestiere scrive di cinema – o chi vorrebbe farlo, e quindi vede i film in un certo modo – passa quelle due ore a farsi domande. Osserva, elabora, a volte persino prende appunti.
Personalmente dò un gran valore ai film che neutralizzano la mia professionalità, trasformandomi in un ingenuo. Che mi disarmano. Gravity è un film che ti disarma. (Leggi Gravity e il privilegio di stupirsi, sul blog La Gazzetta di South Park).

Silvia Urban
La regia, superba nella sua alternanza di campi lunghi e primissimi piani, e sostenuta da un 3D immersivo ed efficacissimo, sembra inglobare anche lo spettatore, conducendolo nello spazio al fianco di Clooney e la Bullock, se non addirittura al loro posto, quando l’obiettivo adotta il loro sguardo e ci mostra l’universo dall’interno del loro casco. (Leggi la recensione completa del film)

Luca Maragno
Grazie anche a una realistica digitalizzazione dell’umano, il regista ha infatti potuto fare ciò che voleva con la macchina da presa. Una libertà creativa totale e complessa. Talmente complicata da essere difficilmente replicabile nella realizzazione. In questo senso Gravity è nuovo Cinema, nuova grammatica tutta ancora da sperimentare e da esplorare. Soprattutto nuova opportunità per quei generi che sembrano ormai non andare da nessuna parte: l’action movie, per esempio, da oggi ha un’alternativa al rilancio continuo sulle esplosioni, al coinvolgimento di superstar in massa. Meno esplosioni, meno star, ma più coinvolgimento del pubblico in storie realisticamente “senza fiato”.  (Leggi Nuovo cinema Gravity, sul blog Squid)

Fabio Guaglione
Gravity è il primo film pienamente concepito per la stereoscopia. Sì. Il progetto di questo film è chiaro, pulito, e ne risulta un lungometraggio, al di là del gusto personale, perfettamente riuscito. Gravity non è un film girato in 3D, è un film pensato in 3D. Tutto, dall’idea di base alla realizzazione. Finalmente. (Leggi: Gravity, il primo film, sul blog The Insider Outsider)

PRO GRAVITY, ma…

Gabriele Ferrari (quello che segue non sembra una recensione, ma se leggete tutto il post sul suo blog vedrete che lo è)
Anon, saziatosi della beltade della fanciulla, cominciò ad ascoltare davvero quello che Gravity stava dicendo. Parlava di sua cuginetta e della tragedia che l’aveva colpita di recente («Stava giocando con il frullatore e ci ha ficcato la faccia dentro, un dramma guarda!», detto con la voce di La Russa), della sua passione per i barboncini, della sua spiritualità rinata sotto il segno dei Pesci e dell’oroscopo e del karma cosmico universale. Parlava dei giudici di X-Factor e delle sue controverse opinioni riguardo alla pena di morte («Pena? È un premio! Dovremmo reistituirla ovunque!», sempre La Russa, eh). Parlava, e forse parlava troppo, e soprattutto non diceva nulla di particolarmente interessante.
Poi arrivò il momento in cui a Gravity cascò un’oliva nella scollatura e Anon, di nuovo, non ci capì nulla, e gli sembrò di avere di fronte la ragazza più meravigliosa che avesse mai incontrato.

Adriano Aiello
Il filone della fantascienza esistenzialista pare sempre più affollato, ma Cuaròn lo abbraccia e contemporaneamente se ne distanzia con uno spettacolo immersivo di grande impatto. Affabulazione tecnico-visiva che stordisce, esalta, ti tiene sulla corda e ti incolla alla poltrona. Eppure qualcosa non torna. Ha le stigmate del film importante Gravity, ma quando vai a stringere, la sostanza latita e il film ti scivola troppo addosso. Non è una questione di forma vs contenuto, dicotomia di cui ci dovremmo tutti liberare da tempo immemore, quanto di inchiodare la riflessione a un umanesimo che sconfina nella retorica della rinascita, con tanto di figura angelica-motivazionale e suadenti pianti di neonati. E quando scendi a terra quel vuoto non fa più paura, quanto dovrebbe. Perché la paura è il fondamento del rinnovamento.

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