Mentre parli con Steve Carell hai davvero la sensazione di rivolgerti al Michael Scott della serie The Office, l’imprevedibile regional manager della Dunder Mifflin di Scranton, personaggio che l’attore ha portato in scena per nove anni consecutivi, dal 2005 al 2013. Carell, infatti, non si atteggia, ma si vede subito che è un tipo deciso. Una polo nera con il colletto bianco, gli occhiali da vista e una stretta di mano forte ma non prepotente gli regalano un’aria determinata. In realtà, quando ci sediamo sui divani della sua stanza al Montage Hotel di Beverly Hills per parlare di Cattivissimo me 3, in uscita il 24 agosto in Italia, lui imposta subito la nostra conversazione su toni confidenziali: «Anche io ho origini italiane», mi dice. E l’intervista parte in discesa. «Il cognome originale della mia famiglia era Caroselli – ci confessa la star che vedremo nei prossimi mesi anche al fianco di Emma Stone in Battle of SexesSembra che il mio bisnonno fosse un maggiordomo di Bari, e che vivesse a Napoli. Un giorno, alla fine dell’800, prese una nave con sua moglie e partì per il New Jersey. Una volta arrivati, misero su famiglia e cominciarono a produrre guanti da donna. Solo dopo mio nonno scelse di americanizzare il nostro cognome».
E cosa resta della tua italianità?
«Sicuramente la ricetta delle lasagne con polpette. Mia nonna le preparava sempre a Natale, ora sono io che porto avanti questa tradizione e devo dire che sono anche piuttosto bravo. Mio padre, che ha 91 anni, a Pasqua cucina sempre la pastiera napoletana. Sta cercando di insegnarmi anche quella ricetta, così un giorno sarò io a prepararla».
Veniamo al film. Qual è la differenza tra la recitazione e il doppiaggio?
«Quando doppi, da una parte hai molte meno cose sotto controllo, dall’altra sei molto più libero. Puoi fare ciò che ti pare con la tua voce. In questo caso ho cercato di dare a chi disegnava più opzioni possibili, in modo che fossero loro a scegliere che taglio dare a Gru».
Quindi hai avuto la possibilità di influenzare il comportamento del tuo personaggio, anche se si tratta di un film animato?
«Da un certo punto di vista sì, perché la voce è la prima cosa in assoluto che abbiamo registrato. Mentre leggevo le mie battute, avevo una telecamera che mi riprendeva per tutto il tempo, soprattutto le espressioni facciali. I disegnatori di Illumination Entertainment si sono ispirati alla mia mimica facciale e ai miei gesti. In sostanza rivedo molti dei miei atteggiamenti in quelli di Gru, e proprio per questo lo sento molto mio».
Come è possibile capire se una battuta funziona, quando si è chiusi in uno studio di registrazione da soli?
«Il mio parametro di confronto erano i tecnici e il regista, dall’altra parte del vetro. Proponevo diverse versioni di una sola scena e guardavo i loro volti. A volte preparavo delle frasi che mi sembravano esilaranti e mi accorgevo che non sortivano alcun effetto, altre volte invece mi lasciavo andare all’intuizione del momento e inaspettatamente vedevo che si sbellicavano. Insomma diciamo che erano il mio punto di riferimento».

L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di agosto, in edicola dal 1° agosto.

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