Guillermo del Toro: «Michael Bay, a noi due!»
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Guillermo del Toro: «Michael Bay, a noi due!»

Portare al cinema Gundam e gli altri anime giapponesi con cui è cresciuto era il suo sogno. Ora realizzato grazie ai robottoni di Pacific Rim, con cui è stato amore a prima vista

Guillermo del Toro: «Michael Bay, a noi due!»

Portare al cinema Gundam e gli altri anime giapponesi con cui è cresciuto era il suo sogno. Ora realizzato grazie ai robottoni di Pacific Rim, con cui è stato amore a prima vista

Ecco un estratto dell’intervista pubblicata su Best Movie di luglio:

Avolte anche un regista affermato sente il bisogno di tornare alle pulsioni giovanili, mollare tutto, dire no. E dedicarsi a un progetto che abbia senso per lui, magari contro tutto e tutti. È il caso di Guillermo del Toro, prestato alla fabbrica del cinema da quel Messico così lontano e allo stesso tempo vicino anni luce, come direbbe lui con la sua rubiconda sagacia. Lo abbiamo intervistato a Las Vegas, dove ci ha mostrato un’anticipazione del suo Pacific Rim. Una via di mezzo tra Goldrake e Transformers, a cui il regista de Il labirinto del fauno si è dedicato con passione per metterci del suo e non trarne una semplice storia d’avventura. «È una di quelle pellicole che vorrebbe vedere un ragazzino di dodici anni. Grandioso ed emozionante: una lunga e spettacolare battaglia contro i mostri. È il film che avrei chiesto di realizzare a qualche regista quando ero un bambino. Ed è la prima volta nella mia vita che durante la post-produzione non mi sono ancora stancato di vederlo e rivederlo centinaia di volte».

 

Non se la prenda, ma cosa rende questo film diverso da Transformers o Battleship?
«La grande differenza è che ci sono io e io non ho l’estetica di Michael Bay o di altri registi americani. Il mio film presenta una paletta di colori completamente diversa, parametri diversi, una sensibilità diversa: non c’è nessun desiderio di copiare o citare altri film. Io trovo sia un prodotto inedito, quasi un’opera d’arte, un dipinto, un’illustrazione. A differenza di altri, non ha l’aspetto di una pubblicità di automobili, fredda, pulita, nitida».

Perché non è stato girato in 3D nativo?
«Perché girare direttamente in 3D può essere limitante, quindi abbiamo preferito realizzarlo in 2D, un formato che presenta dei vantaggi per quanto riguarda la composizione delle immagini, e poi conventirlo successivamente con un processo molto accurato, durato cinque volte più che in ogni altro film».

Quando ha iniziato a lavorarci?
«Tre anni fa, appena chiusa la parentesi Lo Hobbit (avrebbe dovuto dirigerlo ma, a seguito dei ritardi della produzione e di alcuni contrasti, ha abbandonato il progetto, ndr); in realtà avevo iniziato a dedicarmi all’adattamento di Alle montagne della follia, ma poi è collassato anche quello. La gente si chiede come mai lavoro a più film contemporaneamente: la risposta mi pare evidente! (ride)».

Perché la scelta di due piloti che devono essere interconnessi per guidare i robot?
«Ciascuna coppia controlla il proprio Jaeger (così sono chiamati i robot, ndr) attraverso un ponte neuronale: questo significa che si muovono e pensano in perfetta sincronia. Uno rappresenta l’emisfero cerebrale destro, l’altro quello sinistro e devono fidarsi completamente l’uno dell’altra. È una metafora: non esiste una singola nazione o una singola persona in grado di salvare il mondo. O si riesce tutti insieme o sarà la fine».

Tornando al discorso di prima, come mai è saltato anche Alle montagne della follia?
«Volevano che realizzassi un prodotto adatto a un pubblico di tredicenni e io non ero d’accordo; tuttora credo che non sia la strada giusta. Proprio in quel periodo è arrivata la proposta di Pacific Rim e io ero talmente entusiasta che non ci ho pensato molto! Sono convinto che nella vita ci sia di peggio che perdere un film o una serie tv. Lo dico perché ho vissuto esperienze ben più tragiche». […]

Leggi la preview dello speciale dedicato a Pacific Rim su Best Movie di luglio

(Foto Getty Images)

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